Nelle cose del Padre – Esequie Luigi Fusaro

Gesù dodicenne“È difficile la predica in casi come questi”, così Antonio Ramunno che lavora all’obitorio dell’ospedale commentava ieri mattina quando, ancora presto, sono passato a benedire Luigi prima che il suo volto venisse velato. Proprio così. È sempre difficile prendere la parola quando si vive un ad-dio, ma in casi come questo lo è ancora di più, e per la giovanissima età di Luigi e per la circostanza, nel pomeriggio di un giorno di luce e di festa che stava trascorrendo insieme ai suoi cari, i quali hanno avuto per lui tanta amorevole dedizione e cura.

Non capiamo, non sappiamo. Come Maria e Giuseppe di fronte a quel figlio che andava oltre ogni loro schema di pensiero, anche noi non comprendiamo. Forse, l’unica risposta è il pianto di chi sa di non poter essere consolato. La nascita del Signore, ahimé, non elimina la drammaticità della storia umana come forse, invece, desidereremmo. Verrebbe da dire con le parole degli amici di Lazzaro: “Ma costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva far sì che questi non morisse”. Sono le nostre parole, tutte umane, di chi misura la vita e la morte solo da una prospettiva di efficienza, di durata, di profitto. Dio, invece, usa tutt’altri parametri e misura le cose non dal versante dell’efficienza quanto da quello dell’efficacia. Il valore di una esistenza dal versante di Dio, non si misura in termini salutistici o della durata dell’umano esistere. Vita piena ai suoi occhi è anche la breve (vent’anni!) e provata esistenza di Luigi.

Certo, in un frangente come questo, sentiamo nostra la domanda di Maria e Giuseppe a Gesù: “Perché ci hai fatto questo?”. Quand’anche avessimo la risposta, rimarrebbe sempre la consapevolezza che indietro non si torna e Luigi non c’è più.

La vita di un giovane è sempre una grande speranza: tutto è sempre ancora possibile e realizzabile. Antonio, il papà, confidava ieri sera che Luigi era in attesa di una risposta per nuove indagini a gennaio. Ed ora? Più nulla da fare.

Così ragioniamo, così pensiamo noi che tutto vorremmo misurare con il nostro metro. Ed è normale che questi siano i nostri sentimenti più immediati e le domande più spontanee. Se tuttavia non ci fermiamo a questo stadio, ma accettiamo di stare di fronte alla morte di Luigi come a tutte le nostre morti, con spirito di fede ci sentiamo rispondere: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio”.

Ieri sera facendo visita a casa, qualcuno mi ha detto: “Noi ragioniamo egoisticamente ed egoisticamente avremmo voluto tenerlo per noi, mentre Luigi è del Signore”. Anche Luigi doveva essere nelle cose del Padre suo, Dio.

È vero: per quanto possa sembrare strano, sono proprio i figli a mettere sempre in cammino.

Perché mi cercavate?

Quando la ricerca non mira a voler conoscere ciò che Dio desidera da noi, non approda mai a un nuovo orizzonte di vita e si perde in un vicolo senza uscita. Talvolta cerchiamo risposte in modo sbagliato e in luoghi o realtà non idonee. Anche Maria e Giuseppe cercheranno Gesù “tra parenti e conoscenti”, vale a dire nei luoghi dell’ovvio. Anche Luigi potrà essere cercato in una tomba, ma non è quello il suo posto. È altrove: è accanto a Dio Padre ed è nella preghiera che potremo sperimentare ancora la comunione con lui.

Anche Maria e Giuseppe patiscono sulla loro pelle il dolore per un evento che impropriamente noi abbiamo definito smarrimento. Ad essere smarriti, in realtà, sono loro, di Gesù si dice, invece, che “rimase a Gerusalemme”, consapevolmente, costringendo i suoi ad un nuovo salto nel cammino della fede. Maria e Giuseppe sono a contatto col mistero di Dio ma faticano a riconoscerlo. Proprio come noi stamattina.

Un giorno Maria e Giuseppe, proprio come Antonio e Marilena 21 anni fa, avevano accettato il dono di un figlio, avevano detto il loro sì al mistero della vita. Ma quanta fatica, poi, nel dover accettare che le cose andassero in un modo completamente diverso da come forse avrebbero desiderato. È la difficoltà di tutti noi: perché questa morte? Perché la mia vita non può essere diversa da come sta procedendo? Perché Dio non si fa conoscere in un modo differente da come, invece, accade?

Eppure proprio la vita come accade è il luogo in cui Dio si manifesta: anche mediante una morte, se è vero che si è manifestato nell’umiltà di una mangiatoia e nella maledizione della morte di croce sul Calvario. Vorremmo sempre trovare Dio altrove rispetto al nostro qui e ora.

Il Vangelo di oggi ci attesta che è proprio Gesù ad aver permesso che i suoi genitori sperimentassero la nebbia dell’oscurità, il disagio dell’aridità, il crescente dolore di chi cerca il lui e non lo trova. Proprio perché è lui a far vivere ai suoi questa esperienza, è vicino a chi vive una tale sofferenza e sperimenta il silenzio misterioso di Dio.

Proprio la vicenda di Maria e Giuseppe ci attesta che non bisogna fermarsi al “perché”: ci sono momenti in cui l’unica cosa possibile è perseverare nel tenere in mano l’aratro della nostra vita continuando a tracciare solchi nei quali gettare con abbondanza il seme della fiducia e della speranza.

È Luigi a dircelo: “Non mi cercate dove non sono. Io devo essere nelle cose del Padre mio”.

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