L’umanesimo degli inizi – Notte di Natale

1Mai a caso i nostri passi. Essi hanno sempre un perché e sono incamminati verso una meta, anche se talvolta neppure lo sappiamo. Quando poi sono passi nella notte, essi traducono un desiderio tenace e una motivazione profonda. Dietro i nostri passi, infatti, c’è un’attesa, è nascosta una speranza. Ciascuno di noi, poco importa se non con una consapevolezza viva, ha risposto a una voce del cuore che ci ha detto: guarda che Dio fa sul serio e lo fa mettendosi dalla tua parte.

Ho provato a dare un nome a questa attesa e a questa speranza: questo nome è verità. Abbiamo bisogno di verità. Le contraffazioni ci umiliano. Abbiamo bisogno di qualcuno la cui fiducia permetta anche a noi di non prendere in giro nessuno.

Stanotte ci troviamo di fronte alla verità del dono per eccellenza, un dono senza rimpianto. “È apparsa la grazia di Dio…” (Tt 2,11). Ci sfugge, forse, la portata di questa parola. A chi stava sul punto di capitolare per i suoi misfatti è stato detto: guarda che la tua condanna è revocata, la tua storia può prendere tutt’altro corso e ti sono donati tutti gli strumenti perché ciò possa accadere.

Dio fa grazia e lo fa in modo tangibile, non a parole, e in modo irrevocabile, in modo vero. Abbiamo detto talvolta a qualcuno: se davvero mi vuoi bene, dimostramelo! È quello che fa il Signore con noi nel Natale. Mostra a noi quanto ciascuno di noi gli stia a cuore.

Questo dono, a differenza dei nostri che quando non sono riconosciuti vengono restituiti o ritirati, permane anche se noi non dovessimo riconoscerlo e accoglierlo. Infatti, se anche dovessimo mancare di fede – e capita non poche volte – Dio rimane fedele perché non può rinnegare se stesso (2Tm 2,13). Quel dono non è soltanto qualcosa da contemplare con stupore e riconoscenza. Quel dono “ci insegna a vivere con sobrietà, con giustizia e con pietà” (Tt 2,12): sobrietà nell’uso delle cose, giustizia nei rapporti con le persone, misericordia e pietà verso ogni sofferenza umana.

Il dono di questa notte, se accolto, ha il potere di non lasciare nulla di immutato. Perché questo accada abbiamo bisogno di rimettere il festeggiato al centro e di espropriarci di una festa che abbiamo fatto nostra a prescindere da lui. Il tono della festa è lui a dettarlo, come è giusto che sia d’altronde.

Tanti in questi giorni, con un’aria un po’ scettica e disincantata si sono posti la domanda: “Ma quale Natale?”. Quasi a voler attestare che il Natale si possa e si debba celebrare solo a determinate condizioni, realizzate le quali, c’è finalmente spazio per un Natale degno di questo nome. Dimentichiamo, però, che il Natale è il Natale “del” Signore e da oltre duemila anni, egli non cessa di restare fedele alla parola data, quali che siano le condizioni del mondo e della piccola o grande storia umana.

Attraverso quel bambino Dio non cessa di dire “sì” a questo nostro mondo. Quel bambino, pur essendo la Parola eterna che era presso Dio, non è ancora una frase di senso compiuto. È appunto una sillaba – “sì” – pronunciata da Dio all’uomo. Dio dice sì all’uomo, sì al perdono, sì al rinnovamento della sua amicizia con noi. Dio mette l’uomo al centro. Ed io? Con che atteggiamento sto di fronte a questo inizio di discorso che Dio non cessa di intessere?

Qui tutto è capovolto, tutto rovesciato: Dio non cessa di sorprenderci. Sceglie sempre tutt’altra via per introdursi nel mondo e nella storia. Avrebbe potuto scegliere quella dell’imperatore di turno, invece batte la strada di una giovane coppia; scarta chi è preoccupato di censire e di contare e predilige chi sta nella vita con atteggiamento obbediente e fedele alla propria condizione e al proprio status; alla bellezza dei riti del tempio preferisce chi, pur faticando, non cessa di compiere la volontà di Dio in ogni circostanza; al fasto di un palazzo preferisce la povertà di chi vive in modo autentico.

Perché nessuno patisse la soggezione di trovarsi impari rispetto a questo dono, Dio ha scelto la forma più indifesa, quella più disarmante, il bambino. Dio sceglie sempre l’umile forma degli inizi. E non è forse quello che apprendiamo stanotte? Apprendiamo a dire anche noi il nostro “sì”. L’umanesimo degli inizi, la strada degli umili cominciamenti: una preghiera davanti al presepe, un abbraccio a chi ci è caro, un saluto a chi forse abbiamo lasciato perdere, una confessione dopo tanti anni, il perdono verso chi ci ha offeso, gli auguri a chi ci ha fatto un torto. Ecco l’umanesimo degli umili cominciamenti.

Veniamo qui per apprendere cosa voglia dire essere uomini e donne nuovi.

“Un umanesimo chiuso, insensibile ai valori dello spirito e a Dio che ne è la fonte, potrebbe apparentemente avere maggiori possibilità di trionfare. Senza dubbio l’uomo può organizzare la terra senza Dio, ma senza Dio non può alla fine che organizzarla contro l’uomo stesso” (Paolo VI).

Accogliere il dono rimettendo Dio al centro della nostra vita, è ciò che ci permette di trovare le ragioni di quei valori che altrimenti rischiano di essere slogan vuoti, parole al vento.

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