Age quod agis – III domenica di Avvento

Battista

Muoviamo i primi passi in questo anno di grazia a noi donato dalla misericordia di Dio e la liturgia mette sulle nostre labbra la stessa domanda sentita risuonare nei giorni del Battista lungo le rive del Giordano: “Che cosa dobbiamo fare?”.

Chi si aspetterebbe chissà quali indicazioni impossibili da realizzare (una santità che vola alto!), resta non poco sconcertato a fronte dei suggerimenti tanto semplici dati da Giovanni: prendi le distanze da tutto ciò che disumanizza rapporti e incarichi, mestieri e situazioni. Fai il bene e fallo bene.

Comprende a pieno la misericordia di Dio – sembra ripetere a noi il Battista – chi non abdica mai a quell’umanesimo elementare che in ogni frangente dell’esistenza ha a cuore la dignità dell’altro, fa di tutto per salvaguardare il vincolo di fraternità e di amicizia, non scade mai in atteggiamenti prevaricatori, non si serve della sua condizione per umiliare chi è sottoposto e, soprattutto, non fa scialo del limite altrui e non approfitta della fragilità di chi ha accanto.

Ci è capitato sovente di pensare alla conversione come un improbabile percorso ascetico per compiere il quale sia necessario prendere le distanze da tutto e da tutti.

Non abbiamo mai desiderato di andare a vivere su un’isola deserta, lontani da ogni preoccupazione e senza impegno alcuno verso chicchessia?

È pressoché naturale, quando gli impegni si fanno più cogenti e l’acqua ci stringe alla gola, voler lasciare che la giostra del mondo faccia il suo corso. In simili frangenti tutto è percepito come un terribile incidente di percorso, un’inutile zavorra che se non ci fosse sarebbe tanto di guadagnato. Perché mai avere un affetto? Perché imparare a gestire istinti e pulsioni? Perché dover avere a che fare con l’economia? Perché impegnarsi nella vita sociale? Perché questo mio limite? E questa mia debolezza? Questa mia vulnerabilità? Perché questo mio carattere tanto spigoloso? Non sarebbe tutto più semplice se finalmente potessi disfarmene una volta per tutte? Che bello sarebbe prendere congedo dalle cose di questo mondo lasciando che ad occuparsene sia chi ne ha la stoffa, non certo io!

Stando a quello che il Battista suggerisce alle varie categorie, non sembra sia questa la strada da percorrere: la soluzione, infatti, non è il lasciar andare tutto a ramengo, rinunciando ad essere uomini e donne. La soluzione non è nel diventare simili a lui ritirandosi nel deserto e rivestendosi di peli di cammello. Quella è stata la sua vocazione tanto particolare e così unica, ma non la mia.

La sua proposta è molto semplice: age quod agis, avrebbero detto i latini. Sii fedele al tuo presente, al qui e ora della tua storia.

A salvarci non è un rito di purificazione (andavano da lui per farsi battezzare) e neppure l’appartenenza a un popolo, fosse pure quello eletto. A che serve, infatti, affogare nell’acqua del Giordano quel male che poi non è bandito nelle relazioni? A che serve vantarsi di avere Abramo per padre se poi la vita dei figli non ne incarna la somiglianza?

A salvarci non è il gesto rituale di una porta santa varcata ma l’acconsentire di essere noi stessi porta aperta per quanti bussano alla nostra vita.

A salvarci è solo un cuore che si aprendosi si lascia spezzare. Il rito compiuto e l’appartenenza al popolo eletto si inverano solo quando si traducono in opere di misericordia, nell’avere un cuore capace di compassione.

Hai da mangiare e davanti a te hai uno il cui stomaco borbotta per la fame? Condividi il tuo pane.

Disponi di vestiti in più e davanti a te c’è uno che non ha di che coprirsi? Ridona dignità e bellezza a chi l’ha persa.

Accontentati di quello che ricevi, non estorcere il di più.

Vi sembra poco? Eppure, pare proprio sia quello che meno riusciamo a compiere. Condividere, accontentarsi, non maltrattare: tre semplici indicazioni per restare umani.

La vita di tutti i giorni diventa così il luogo in cui incarnare uno stile evangelico, possibile a chiunque, a qualsiasi categoria appartenga.

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