Il divino concepire – Immacolata Concezione di Maria

Immacolata (Rubens)È la festa di Maria, questa. Certo. Ma è anche la festa di tutti noi. Quest’anno ancora di più, essendo stata scelta questa data come inizio del Giubileo straordinario della misericordia.

È l’apostolo Paolo a imprestarci le parole giuste per poter entrare nel mistero che celebriamo e nel senso di quanto si dischiude per noi in questo anno di grazia. Proprio la festa odierna e l’anno giubilare sono l’occasione per riannodare il filo talvolta consunto se non addirittura spezzato con il progetto in base al quale tutti siamo stati concepiti.

Ci sono momenti della nostra vita in cui con più insistenza fa capolino la domanda: ma io chi sono? Perché sono al mondo?

Io sono uno a cui Dio ha pensato da sempre, prima ancora che il mondo fosse. Chi non conosce la valenza che ha per noi il sapere che qualcuno possa aver pensato a noi? Riempie il cuore di gioia sapere che qualcuno possa aver anticipato un nostro desiderio o atteso il nostro arrivo.

Prima che essere desiderio e progetto dei miei genitori, io sono un pensiero di Dio stesso.

La mia vita non è né una sorpresa e tantomeno un incidente di percorso o una casualità.

Dio ha scelto proprio me tra infinite altre possibilità e ha fatto sì che mia fosse la storia nella quale sono nato. “Ci ha scelti per essere santi e immacolati nell’amore”. Questo è il nostro marchio di fabbrica, questo è ciò che è nascosto nelle pieghe più recondite della nostra vita. ecco perché sono al mondo.

Nell’in principio di ogni cosa c’è il “disegno d’amore” di un Dio che nei confronti delle sue creature si rapporta sempre con cuore benevolo e misericordioso. Questa benevolenza e questo concepimento non vengono meno neppure di fronte al no dell’uomo: anzi, proprio nell’esperienza del peccato umano, quella benevolenza appare in tutta la sua gratuità. Anche a fronte delle delusioni che un uomo può arrecargli, Dio non muta mai il suo intendimento iniziale: ecco la misericordia, un amore che va oltre ogni giustizia. Se prima della creazione siamo stati pensati da Dio e chiamati all’esistenza, sarà proprio l’esperienza del peccato a far toccare con mano all’uomo tutta la predilezione di cui egli è destinatario da sempre. Felice colpa! Non c’è colpa, non c’è peccato che possa affievolire l’amore di Dio e farne mutare la benevola intenzione verso l’uomo.

La benedizione dell’uomo viene prima di ogni vincolo etnico e di ogni esperienza etica e permane nonostante la ferita prodotta all’interno della relazione con Dio dall’incredulità dell’uomo. Un’alleanza che rimane indefettibile, sempre offerta ad ogni uomo.

È di questa consapevolezza che dobbiamo riappropriarci. La nostra non è soltanto una storia drammatica, senza sbocco. La nostra vicenda non annovera soltanto l’esito nefasto di una disobbedienza originale. Proprio l’Immacolata attesta ad ogni generazione di credenti che come nel cuore del dramma delle origini Dio aveva già pensato a una terra incontaminata quale doveva essere Maria, così, nel cuore di ogni uomo, accanto alla voce del dubbio e del sospetto c’è anche quella della fiducia e del desiderio del bene, una nostalgia d’innocenza, per dirla col card. Biffi. Per quanto aggrovigliata possa essere l’esistenza di un uomo, egli resta ancora capace di una firma in bianco nei confronti di Dio e di scrivere con lui pagine che risplendono di straordinaria bellezza. Che cos’è, infatti, la innumerevole schiera di santità nella Chiesa se non la testimonianza di ciò che può accadere ad un uomo quando accetta di lasciarsi riconciliare con Dio?

A Maria viene chiesto di mettersi a disposizione di Dio così come egli aveva pensato potesse accadere per ogni uomo. E tuttavia il suo essere senza macchia non significherà un’esenzione dal dolore e dall’angoscia; il suo essere senza colpa non la collocherà in una storia a parte: sarà a chiamata ad esercitare maternità e compassione proprio nei confronti di tutte le mancanze; il suo essere senza peccato, le farà usare misericordia verso tutti coloro che credono che la loro storia sia solo uno sbaglio e un torto.

Un giorno fu chiesto a Michelangelo: “Maestro, come fai a tirar fuori dei bellissimi capolavori dal marmo? Raccontaci”. E Michelangelo rispose: “Non sono io che creo i capolavori; essi sono già nel marmo. Io tolgo via le parti in eccesso: il capolavoro è dentro”.

Così è per noi: c’è in noi un’immagine da recuperare continuamente, da portare alla luce.

Tutta l’esistenza altro non è che la fatica tenace e gioiosa di liberare quella luce racchiusa in noi dalla mano del Creatore, quando guardò “e vide che l’uomo era cosa molto bella” (Gn 3,1).

Quando io ero “nessuno” Dio mi ha raccolto, quando addirittura ero “nulla” Dio mi ha creato e quando io ho sbagliato Dio per primo si è messo sui mie passi perché potessi gustare ancora la gioia di appartenergli.

Ciascuno di noi è unito al Signore con una corda: tutte le volte che pecchiamo essa si spezza. Se, toccati dalla grazia, facciamo ritorno a lui, egli ci perdona e ripristina la corda facendole un nodo. Così, nodo dopo nodo, noi ci avviciniamo sempre più al Signore fino a quando, diventata ogni volta più corta la corda, noi ci ritroviamo definitivamente tra le braccia misericordiose del Padre!

Così speriamo e così sia.

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