Il “sì, però…” della fede – Esequie Teresa Marcone

Il mese che la chiesa dedica al ricordo dei nostri cari defunti si conclude con un ennesimo appuntamento di commiato da una persona di questa nostra comunità, Teresa. Pativa il fatto di non poter partecipare alla vita sociale del paese un po’ per la malattia e un po’ per la collocazione abitativa. Una donna rispettosa dei suoi vicini, attenta a farsi presente nonostante i limiti della condizione fisica e della sua età. Il Signore l’ha chiamata a sé nel giorno in cui la Chiesa intraprendeva un nuovo tempo liturgico, l’Avvento. Per questo ho voluto che riascoltassimo il brano evangelico proclamato ieri.

A tutti i livelli, da quello personale a quello sociale, facciamo esperienza di un clima di incertezza, di confusione, di paura del futuro. Quando poi a visitarci è la morte di una persona cara, questa paura la tocchiamo con mano ancora di più.

Anche Gesù nel Vangelo fa riferimento alla paura. Come si fa a non averne quando si parla di stelle che cadono, della terra che si scuote e tutto sembra crollare nel baratro della morte? Come si fa a non provare angoscia quando i nostri affetti devono trovare un altro modo per esprimere un legame non più mediato dalla presenza fisica di qualcuno a cui abbiamo voluto bene e che ci ha voluto bene? Quando Luca scrive il Vangelo non parla della fine del mondo ma della fine di un mondo. Luca fa riferimento alla distruzione del tempio di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C.

Il tempio era il simbolo della presenza di Dio che proteggeva il suo popolo, della elezione di quel popolo da parte di Dio. La fiducia del popolo gli veniva dal fatto che questo tempio non sarebbe stato mai distrutto. Ma non fu così. La fine del tempio segnava il crollo di ogni cosa, della speranza e della fede. Era la fine del mondo appunto e in un certo qual modo lo era, ma in realtà era l’inizio di un altro modo di vivere il proprio rapporto con Dio. Proprio come accade a noi quando vengono meno pilastri a cui avevamo ancorato la nostra esistenza.

Di fronte a questo mondo che crolla il sentimento primo è la paura. Ma la paura non è collegata soltanto ad una qualche minaccia incombente. La paura è un sentimento strutturale di ogni tempo. Vivere vuol dire sperimentare la paura.

Ora, chi avverte la minaccia della paura, si difende. Tenta di scongiurarla, di esorcizzarla. Tenta di non pensarci. Ecco perciò la dissipazione. Una sorta di ottundimento della coscienza per cui si vive rimuovendo i dati più sconcertanti dell’esistenza. Una sorta di menzogna che ha come mira non tanto l’inganno degli altri, quanto quello di se stessi.

E i modi per ingannare se stessi il Vangelo li racchiude sotto il termine di ubriachezze. Ora di ubriacature ce ne sono di vario tipo, da quelle più volgari a quelle un po’ più fini, dal buttarsi caparbiamente sul lavoro alle ubriacature di tipo religioso.

Quand’è che possiamo evitare simili forme di evasione dalla realtà? Quando non perdiamo di vista, grazie alla fede, che la nostra è una storia accompagnata da promesse: siamo qui proprio a metterci in ascolto di quel libro che custodisce le promesse di Dio. E a noi oggi viene annunciato: anche a te, anche al tuo nome, è legata una promessa di bene. Non venir meno nella fiducia, perché Dio è fedele alle promesse, anche se tarda nel portarle a compimento. Dunque Dio ama questo mondo. Non si è ancora stancato di noi. Ecco, la fede è annunciare: “Si, però…”.

Nella nostra storia che a volte può sembrarci assurda, senza significato, proprio nelle sue fibre è scritta questa promessa che non ci fa vivere da arresi ma da resistenti.

Proprio qui si innesta la proposta paradossale del Vangelo: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”. L’invito è a non lasciarsi rinchiudere in visioni dal respiro corto. Levate il capo. La vostra liberazione è vicina. Non è ancora compiuta ma è già in atto. Lo dice il fatto che, nonostante tutto, voi continuiate a stare in piedi e il vostro volto non è abbassato.

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