La difficile arte di leggere le cose – I domenica di Avvento

spartitoAvvento, ossia un essere presi per mano da Dio nel cuore della notte del mondo ed essere portati sul balcone di casa per imparare a leggere tutto ciò che accade sotto i nostri occhi con uno sguardo nuovo.

Chi non sa di musica, trovandosi di fronte ad uno spartito, non riesce a comprendere cosa significa il rigo musicale e quei puntini tanto diversi incisi su di esso. Tuttavia, se non avesse l’umiltà di riconoscere la sua ignoranza in materia, rischierebbe di concludere che quello scritto, poiché è indecifrabile, è da buttar via. Per fortuna, però, basta uno competente in materia, e quei punti diseguali e persino disorganizzati, acquistano un linguaggio altrimenti sconosciuto. In ogni Avvento Dio viene a svelarci che nelle pieghe più nascoste della storia, c’è una vita che palpita e che chiede di essere portata alla luce. Ma per far questo è necessario “alzarsi e sollevare il capo”, ossia imparare a guardare le cose non fermandosi all’involucro di esse e avere l’umiltà di riconoscere che da soli non ne comprendiamo il senso.

Così è per il mistero della fragilità di ogni cosa: uno spartito indecifrabile a tutta prima. Quante volte vorremmo buttare tutto all’aria, tanto patiamo il confronto con una simile realtà?

Non è forse difficile il rapporto con la propria e altrui esperienza del limite e della caducità di ogni cosa? Non è forse goffo, talvolta, o stravagante? Altre volte non è addirittura angosciante e drammatico? Che cosa sono quei piccoli o grandi deliri di onnipotenza di cui siamo protagonisti se non un modo per esorcizzare la paura che ci prende quando cogliamo che la vita è sempre un bene effimero e perciò a rischio? Che cos’è l’ansia che rode come un tarlo ogni istante se non il segno della nostra impossibilità a gestire la vita da protagonisti e non da spettatori?

Proprio l’atteggiamento nei confronti della fragilità di ogni cosa misura il grado di maturità di ogni uomo sulla faccia della terra. Potessimo, faremmo diventare permanente il mito dell’eterno ragazzo, sano, bello, robusto e giovanile: ci pesa, infatti, e non poco (anche a chi vi parla) il cogliere la fugacità di ogni cosa, dai rapporti alle mete conseguite, dalle conoscenze alle esperienze vissute. E più si procede nella vita, più cogli come nulla tu riesca a trattenere: persone e cose, situazioni e progetti. “Fugit irreparabile tempus”: la corsa del tempo è una fuga inarrestabile e non puoi porre rimedio a ciò che è stato, dicevano i latini. A ciò si aggiunga che è sufficiente un “refolo di vento” e la foglia della tua vita è strappata via senza sapere neppure dove sarà portata dal vento. Verrebbe da concludere sommariamente con Giobbe: “Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: «E’ stato concepito un uomo!». E perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo?” (Gb 3,10-11).

Davvero non c’è via di scampo? È questa la situazione dell’uomo?

Non rifuggire i momenti di buio, ripete a noi il Vangelo. Non avere paura della difficoltà. Prova a scrollarti di dosso tutto ciò che non fa altro che appesantire il cuore e rallentare il passo. A te è affidato il compito di scavare sotto le macerie di ogni situazione che ha manifestato la sua inconsistenza per scoprire il timido germoglio che invoca attenzione e cura da parte tua. A te il compito di apprendere una sapienza altra che ti restituisca il codice interpretativo della storia e dei suoi eventi.

Chi l’avrebbe detto che la naturale disperazione per la morte di una figlia scomparsa prematuramente e tragicamente nei recenti attentati di Parigi, potesse trasformarsi in una grande lezione di dignità e di compostezza, di rispetto per le differenze e di riscatto per una perdita così ingiusta? Resterà davanti ai nostri occhi l’immagine di quei due genitori veneziani (non so se credenti o meno) che hanno avuto la capacità di alzarsi e di sollevare la testa provando a leggere in un modo diverso quella che per chiunque di noi sarebbe stata soltanto un lutto gravissimo.

Proprio questa vicenda attesta di come non univoco sia il modo di affrontare eventi e perdite, attacchi e attentati. Quale fecondità in una morte non maledetta, ma sebbene subìta, in realtà riconosciuta ed accolta come motivo per ripensare il proprio essere al mondo! Nulla di ciò che accade nel qui e ora della nostra storia è materiale di scarto ai fini del nostro incontro con il Signore.

Radica qui l’invito da parte del Signore a costruire su ben altre fondamenta dando spessore ad incontri e contatti tanto da farli diventare relazioni e rifuggendo tutto ciò che non ha altro esito se non un’esistenza ripiegata.

L’antidoto a tutto ciò che accade senza che noi lo vogliamo non è lo sballo ma la veglia, ossia la capacità di discernere, di vagliare ogni cosa imparando a trattenere ciò che ha seme di eternità e a lasciare andare ciò che è soltanto pula.

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