Il potere e la regalità – Cristo Re dell’universo

ecce_homo-800x540Quanto eloquente era quell’andirivieni di Pilato dall’interno all’esterno del palazzo! Un uomo diviso, Pilato, preso com’era dal bisogno ossessivo di difendere la sua persona e la sua poltrona.

Avrebbe fatto volentieri a meno, Pilato, quella mattina, di doversi trovare di fronte ad un uomo che con la sua sola presenza manifestava tutt’altra regalità rispetto a quella che egli si trovava ad esercitare. Perché doveva toccare a lui avere a che fare con una questione di nessun rilievo? Proprio quell’incontro imprevisto, però, manifestava quali interessi attraversassero il cuore di colui che rappresentava l’impero in una sperduta regione della terra. Quello che sembrava un incontro da nulla, stava diventando la partita più difficile della sua carriera di uomo e di governatore. Sempre così: l’incontro con il debole è sempre rivelatore del potere che abbiamo e del modo in cui lo esercitiamo. Non è forse vero che nessuna parola nostra e nessun gesto nostro sono senza conseguenze?

Bramosia, desiderio di rivalsa, spirito di violenza erano un buon mix in quell’uomo che restava l’unico a poter comminare la morte in quel lembo dell’impero. Eppure, poche battute e un silenzio quanto mai eloquente dicono chi è il vero re, chi è il vero padrone della scena.

Preoccupazione di Pilato, infatti, è di salvare la pelle agli occhi di Roma e agli occhi di quanti gli hanno condotto così sbrigativamente quello strano imputato che non aveva fatto nulla di male, come riconoscerà egli stesso. Preoccupazione di Gesù, invece, è non venire meno al senso della sua esistenza anche se questo dovesse contemplare il pagare di persona: “per questo sono nato e per questo sono venuto…”.

Preoccupazione di Pilato è non perdere il consenso e ritrovarsi spodestato. Preoccupazione di Gesù è non inseguire la logica facile del compiacere comunque pur di sottrarsi a quel guado che contempla il rimetterci di persona.

A Pilato interessa non essere riprovato dalla folla, a Gesù, invece, sta a cuore il non mettere a tacere la sua appartenenza a Dio e la sua coscienza.

Pilato è convinto di potersi sostituire persino a Dio nell’esercitare il diritto di mettere a morte o di conservare in vita, ma non sa che l’uomo che ha davanti a sé è l’unico a poter esercitare quel diritto fino in fondo eppure non lo farà (legioni di angeli sarebbero pronte ad intervenire per lui…). Anzi, andrà al patibolo anche per tutti i Pilato a cui piace vincere facile lavandosene le mani.

Pilato s’accontenta di quello che gli altri gli hanno riferito su Gesù mentre a Gesù sta a cuore che Pilato si metta in ascolto di quanto di più vero il suo cuore avrebbe da suggerirgli (Dici questo da te o altri te lo hanno detto sul mio conto?).

Pilato, pur di non perdere il suo scranno di potere tenuto su per subdoli compromessi, s’arroga il diritto di condannare persino il suo Dio, Gesù, per amore dell’uomo, non esiterà a chiedere perdono per l’incoscienza degli uomini nelle cui mani ha scelto di mettersi (non sanno quello che fanno).

Pilato crede che nella vita si possa emergere a suon di spintoni, alzando la voce, facendosi valere, dimostrando quello che si è ad ogni costo, Gesù attesta, invece, che si vince con la grazia dei gesti, con l’armonia di uno sguardo, con la bellezza di uno stile, non dimostrando di essere qualcuno ma mostrando quanto di più vero portiamo nel cuore. Sta qui la differenza tra potere e regalità: il potere scade sovente nel dispotismo, la regalità traspare dalla bellezza con cui stai in ogni situazione.

Pilato è convinto che averla vinta su qualcuno è ciò che garantisce e perpetua il suo potere, Gesù testimonia che tutto ciò è solo una mera illusione durata a svanire alla prima occasione. Poco dopo la morte di Gesù, Pilato sarà letteralmente scaricato da coloro per i quali lavorava, ritrovandosi in una solitudine profonda come il signor nessuno.

Pilato è re ma sottomesso ai giochi umani, Gesù è re per la forza della sua testimonianza. Il suo ambito di azione non ha nulla a che vedere con un sistema politico né risponde a chissà quali strategie militari.

A chi è preoccupato solo della sua carriera, sul piatto della bilancia bene e male non fanno nessuna differenza; a chi, invece, è preoccupato della sorte dei suoi, c’è qualcosa per cui vale la pena spendersi e c’è altro da cui è necessario tenersi lontano.

La scena raccontata da Giovanni chiede a ciascuno di noi di prendere posizione. Da che parte scelgo di pormi, sapendo che le conseguenze non sono senza un prezzo?

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