Nelle mani di Dio – Esequie Daniela Camacci

mani orantiAttesa e preparata, così è stata la morte di Daniela. Da mesi combatteva con un brutto male che le ha tolto tutto tranne che la serenità e la capacità di affidarsi. Con grande stupore di chi la conosceva, lei una donna che aveva paura di ogni cosa quasi connaturalmente, si è ritrovata, invece, a vivere la sua pasqua con consapevolezza e con responsabilità. Le parole che hanno accompagnato il suo commiato sanno di testamento, come facevano i grandi patriarchi. Ha esortato i suoi ad amarsi e poi, però, ha dovuto riconoscere davanti al marito che se grande era il suo amore per lui, ancora più grande era quello per il Signore Gesù. Giorni fa sembrava già deceduta, ma ad un tratto si era risvegliata raccontando di aver vissuto un’esperienza meravigliosa. Era tornata tra i suoi perché li sapeva angosciati per la sua dipartita e sentiva il bisogno di rincuorarli. Che mistero!

Trovo sia un grande dono prendere commiato da una persona che ha saputo fare della sua morte non un incidente di percorso ma un momento di incontro, riascoltare quanto la liturgia domenicale propone alla Chiesa tutta. Daniela aveva preso sul serio le parole di Gesù. Aveva capito che noi che tante volte ridicolizziamo quanto il Vangelo ci annuncia, passeremo, oh sì se passeremo. Da quarantotto ore l’Europa tutta vive nel terrore mentre ci chiediamo: cosa accadrà a noi? Cosa resta di quello che abbiamo costruito? Cosa resta dei nostri capricci di autonomia, della nostra voglia di lasciarci alle spalle tutto ciò che non ha a che fare con la soddisfazione dei nostri bisogni? Cosa resta del nostro voler rescindere ogni rapporto con la dimensione valoriale dell’esistere? Nulla, non resta nulla: bastano pochi invasati per distruggere tutto. Tutto di noi, anche ciò che ha il carattere del gigantesco, ha sempre i piedi di argilla. Non c’è nulla al mondo che possa offrire all’uomo la solidità di cui necessita, neppure l’amore più grande della vita. Nulla.

Delle parole di Gesù non poche volte non sappiamo cosa farcene, eppure sono le uniche che restano. Quanto abbiamo bisogno di rimettere Dio al centro! La sua estromissione o la falsificazione della sua immagine genera distruzione e morte. È cronaca di queste ore. Quanto avremmo bisogno di passare dall’illusione alla consapevolezza! Viviamo tutti una sorta di eterna adolescenza in cui crediamo di essere padroni incontrastati del nostro mondo e della nostra vita, ma così non è. Dio continua a parlarci nelle forme più disparate e, tuttavia, il nostro cuore resta sordo ai suoi appelli: preferiamo andare per la nostra strada, prendendo le distanze da lui e da ciò che le sue parole (l’unico che ha parola di vita eterna) continuano a proporci.

Quanto la liturgia odierna annuncia, non ha di mira una sorta di terrorismo psicologico. No. Vorrebbe soltanto ridestarci da quel sonno in cui siamo piombati vittime dell’illusione di poter fare come se Dio non ci fosse. Quello che il Signore annuncia potrebbe essere fermato se solo smettessimo di prenderci in giro e di ridicolizzare quanto il Signore attesta.

Le parole pronunciate da Gesù non sono date per incutere paura ma per sostenere la speranza e per imparare a costruire l’edificio della nostra esistenza su basi solide, le uniche in grado di reggere a ogni eventuale scossone che ancor prima che intaccare il nostro corpo, mira a distruggere la fiducia.

Proprio in un momento in cui tutto si presenta a tinte fosche, Gesù chiede di andare a scuola dal fico. Per quanto si possano vivere situazioni difficili, c’è sempre un piccolo segno, una gemma fragile che annuncia la prossimità di un tempo nuovo. È dato scorgere questo piccolo segno solo a chi ha imparato a fare sue le parole del Salmo: “Nelle tue mani è la mia vita”. Chi sa che la sua vita è nelle mani di Dio a cui sempre si affida, la paura è vinta. Non il dolore, non la sofferenza, perché le nascite accadono sempre per un travaglio, ma la paura sì. Si vive e si muore nella pace, perché in vita e in morte noi siamo del Signore, come ci insegna quest’oggi Daniela. Il problema non è la fine, nostra e del mondo, e in che modo accadrà: molto più importante è non stancarsi di perseguire il fine per cui siamo al mondo: essere segni dell’amore di Dio per questa umanità.

Se è vero che da una parte crollano gli astri, dall’altra, ci viene annunciato l’accensione di nuove stelle: “i saggi splenderanno come il firmamento…”. Quand’anche dovessero venirci a mancare i nostri punti di riferimento abituali, ciò di cui abbiamo veramente bisogno sono quelle presenze luminose che sanno tenere viva la speranza per sé e per gli altri, presenze capaci di custodire nel loro sguardo l’immagine della foglia primaverile del fico.

Così speriamo e così sia.

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