Fermati e ricorda – Esequie Vincenzo Grieco

Ha lottato con tutto se stesso contro la morte più volte in queste settimane, Vincenzo, ma ieri mattina ha consegnato la sua vita al Signore con il conforto dei suoi cari che non gli hanno fatto mancare nulla: la presenza, l’assistenza, l’affetto, la preoccupazione perché potesse partire con il conforto dei sacramenti ricevuti qualche settimana fa in ospedale. Una lunga esistenza la sua che non ha conosciuto altro se non i legami con la bella famiglia che aveva messo su e il tanto lavoro in campagna che ha logorato il suo fisico già gracile di suo.

La liturgia consegna a noi l’incontro tra Gesù e un gruppo di malati di lebbra.

“E mentre andavano furono sanati”. Quale provocazione in questa parola! Non è ancora successo niente ma quei dieci disperati hanno fede e si mettono in cammino, perché è camminando che si apre il cammino. Questo andare dei dieci lebbrosi è per noi è un invito a fidarci, a fare ancora un passo, a non arrenderci neppure di fronte all’evidenza, perché c’è qualcosa più forte dei fatti; è un invito a non aspettare seduti: infatti, è mentre andavano che furono sanati.

È come se ci venisse detto che le ali ti spunteranno solo se ti butti nel volo. Quante cose non abbiamo fatto e perciò non sono accadute solo perché non abbiamo osato! Si mettono in cammino quando sono ancora lebbrosi, cioè inavvicinabili, e lo fanno per un anticipo di fiducia, per un credito di fiducia. Questo è ciò che salva: un anticipo di fiducia accordato a Dio, ad ogni uomo, al proprio futuro. Il futuro entra in noi ancor prima che accada. La lebbra è ancora evidente ma ancor più evidente è la speranza che li abita. È solo se tu diffondi fiducia che la fiducia cresce.

Il vangelo, però, ci consegna due tipi di fede: la fede dei nove lebbrosi, una fede che guarisce dalla lebbra, ma non salva e la fede di uno straniero, un samaritano, l’unico che ritorna “lodando Dio a gran voce”, spettatore sì di una fede che guarisce ma ancor più di una fede che salva.

Com’è la fede dei nove che non tornano? Una fede dominata da ciò che bisogna fare, dalle cose prescritte. La legge prescriveva che ci si presentasse ai sacerdoti. Ed essi ci vanno. Siamo nell’ambito di quel rapporto religioso del do ut des. Tu mi dai la guarigione, io ti consegno l’offerta, quella prescritta. E siamo a posto.

La fede dello straniero, invece, è anzitutto una fede estranea ai calcoli. Una fede mossa dal cuore: tant’è che fa le cose che non sono prescritte. Capisce che il problema non è dare qualcosa ma dare se stesso. È la fede di chi accorgendosi del rifiorire della carne non esita a far fiorire relazioni nuove con Dio, con gli uomini, con se stesso. È la fede di chi capisce che l’uomo non è solo corpo. Il messaggio è imparare a guardare oltre il corpo, oltre le cose.

A quei nove è sufficiente la guarigione: quante volte noi finiamo per equiparare la vita a quel po’ che ci manca (basta la salute!, diciamo). Ma Dio non si limita a darci il poco che ci manca (e ce ne manca sempre un pezzo): Dio non può dare nulla di meno di se stesso. Quella guarigione che ti viene accordata è solo un segno di tutto ciò.

“Uno di loro tornò indietro lodando Dio”. Torna a ringraziare l’uomo di Dio. Ciò che però è importante non è l’atto del ringraziamento, come se Dio avesse bisogno del nostro grazie. Quello che è decisivo non è tanto che io, uomo, abbia adempiuto il dovere di ringraziare quanto piuttosto l’aver aperto un dialogo, l’essere entrato in comunicazione, l’essermi accorto di ciò che è accaduto nella mia vita. Quello straniero non è salvo perché ha pagato il pedaggio della gratitudine ma perché è entrato in comunione con Gesù.

Non basta una vita guarita, non basta avere quel poco in più che ci manca. L’aprirsi alla gratitudine è segno di un cuore che sa protendersi, sa andare più in là, andare oltre.

Nella Bibbia è scritto che il popolo di Dio, quando aveva fatto un tratto di strada, si fermava, costruiva un altare e ringraziava. Dopo una battaglia, dopo una marcia, si fermava e ringraziava con canti, con danze il Signore che era stato la salvezza. Quel popolo ricordava. Fermati e ricorda.

Perché torniamo spesso in questo luogo? Per ricordare il cammino fatto durante la settimana. È il Signore che ce lo ha fatto percorrere. Siamo in grado di non perdere la memoria di tutto questo?

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