Pronti – Esequie Teodoro Cassino

Ci ha colti di sorpresa la scomparsa di Teodoro. Per quanto da alcune settimane in ospedale, non avremmo immaginato che le cose potessero precipitare così improvvisamente, per un uomo ancora giovane com’era lui. Teodoro era tutto racchiuso nei suoi baffi e nel suo sorriso. Prima ancora che con le parole parlava con il suo sorriso, con la sua capacità di essere gioviale, d’incontro. Davvero una persona per bene. I nostri ricordi, tanti, ce lo riportano dapprima nella sua tenuta da imbianchino e poi da commerciante.

Di fronte alla morte di una persona cara, sentiamo quanto mai vero ciò che scriveva un antico autore: “Contro tutte le altre cose è possibile procurarsi una sicurezza, ma a causa della morte, noi uomini abitiamo una città senza mura” (Epicuro). La morte introduce nella vicenda umana l’esperienza della precarietà e della insicurezza. E – si sa – frutto dell’insicurezza è la paura che a sua volta riduce non poco in schiavitù. La paura della morte, ricorderà Eb 2,15, riduce gli uomini in schiavitù per tutta la vita. L’esperienza del sentirci città senza mura induce a costruirci protezioni e difese che mentre ci restituiscono la parvenza di preservarci dalla morte in realtà finiscono per allontanarci dalla vita.

Per questo abbiamo bisogno che risuonino per noi le parole di Gesù.

Siate pronti…: non esiste vita vera se non c’è attenzione. E non si finisce mai di essere pronti. La tentazione perenne è quella di vivere addormentati. Siate pronti! Ma a che cosa?

E qui il vangelo diventa chiarissimo: pronti all’incontro con un Dio che viene incessantemente. Dal nostro avvenire non viene qualcosa ma viene Qualcuno: il Signore. Ma quale Signore? Non il Signore pronto a rubare la nostra vita, ma il Dio che trovando i suoi in attesa li metterà a tavola e passerà a servirli. Un Dio che si fa servo dei suoi servi.

Essere svegli: non significa semplicemente “sapere il fatto proprio”, essere furbi, essere intraprendenti. Si tratta invece di quell’atteggiamento che sa cogliere lo spessore di ogni esperienza, che misura positivamente la complessità del vivere quotidiano. Essere svegli significa essere pronti agli incontri, perché tutto della nostra vita è un unico grande incontro con un Dio vestito di umanità.

Essere svegli: davanti alle tante domande che nascono dalla realtà, la reazione spesso è di aggrapparsi al passato. Essere svegli significa riuscire a cogliere le istanze che sono racchiuse in ogni situazione, in ogni avvenimento.

La notte: il vangelo parla di notti. La venuta del Signore, la sua continua venuta, i suoi appelli, i suoi inviti sono dentro le nostre notti, quando facciamo esperienza del buio, quando non è tutto così chiaro, dentro le nostre incertezze, dentro l’imprevedibilità della vita. Nella notte è necessario essere capaci di vigilanza, pronti a cogliere ogni minimo cenno.

Poi ancora cinti i fianchi. È l’abito di chi parte, di chi lavora, di chi non vuol essere impedito nel viaggio e nel lavoro. Abitati da una consapevolezza: Dio si assenta, Dio lascia a te la tua casa, la tua terra, le tue cose. Le lascia alla tua responsabilità.

E allora “prenditi cura”. Prenditi cura delle cose di ogni giorno, delle relazioni di ogni giorno, dei volti di ogni giorno, come se a te fossero stati affidati dal Signore prima di partire. Tutto questo diventa il modo in cui tu esprimi il tuo rapporto con il Signore: la fedeltà a ciò che è tipicamente umano.

“Beato quel servo…”. Perché è beato? Per il fatto che il padrone si fida di lui. Di fronte a un Signore che ha fiducia in me, che non mi chiama più servo ma amico, posso rispondere gioiosamente e generosamente. Il servo è fedele perché è conquistato dalla fiducia del suo Signore, dalla sua amicizia. È in queste cose che pone il suo cuore.

Vigilanza è perciò attenzione, vale a dire concentrazione di mente e cuore su una cosa, che fa passare in secondo piano tutto il resto. Attenzione a non essere distratti, dissipati, spensierati. C’è un silenzio da imporre a tutti e a tutto per riconoscere una voce, una presenza.

Il tempo che noi viviamo è il tempo di una notte dominata dall’attesa della venuta del Signore, una notte in cui siamo sollecitati a guardare avanti: attendere, nell’accezione latina vuol dire proprio “tendere verso”. La meta verso cui siamo incamminati, per un credente non è qualcosa di astratto o di non ben definito, bensì ha un volto e un nome preciso: Cristo Gesù. Quello che viviamo è il tempo del giocarsi, del non imboscarsi, del non disertare, del tenere registrato il nostro orologio sull’ora di Dio che equivale ad averlo registrato sull’oggi. Il nostro è un guardare in alto ma con i piedi ben piantati sulla terra. Non è questione di compiere una scelta fra il cielo e la terra, ma di permettere che il cielo illumini il nostro peregrinare sulla terra.

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