La custodia – Esequie Giuseppe Falvella

Improvvisa, così è stata la morte di Peppino; senza neppure il tempo di chiedere aiuto e conforto a qualcuno. Il Signore lo ha chiamato a sé nel giorno in cui la Chiesa celebra la memoria di tutti quegli uomini e quelle donne che lasciandosi plasmare dalle mani misericordiose di Dio, hanno fatto sì che l’abito della loro esistenza portasse l’impronta del vangelo, l’impronta di ciò che non tramonta, il segno del bello e del vero.

Dio solo sa quanto ciascuno di noi abbia bisogna di essere di nuovo plasmato da quelle mani che ci hanno modellato tenendo fissa l’immagine del Figlio di Dio! Quanto siamo dissimili da quel modello! Quanto abbiamo bisogno di perdono! Per questo la liturgia di commiato è insieme momento di gratitudine per il dono di una esistenza e invocazione di perdono perché nessuno di noi può dire in tutta franchezza di aver vissuto secondo quanto il Signore chi ha chiesto.

Prendiamo congedo da Peppino nel giorno in cui la Chiesa ricorda tutti i defunti. E ad aiutarci a vivere questo momento sono le parole del vangelo di Giovanni, il quale ci annuncia che il Padre, Dio, ha un unico progetto: Non perdere nulla. Gesù lo farà suo perché, afferma, questo è ciò che vuole il Padre.

Volontà di Dio, allora, non è un disegno incomprensibile e dispotico che incute timore all’uomo per quello che da un momento all’altro gli si potrebbe chiedere, bensì il progetto per cui il Padre vuole che nessun uomo si perda. Ci verrà addirittura ripetuto che il Figlio dell’uomo è venuto proprio per questo: a cercare e a salvare ciò che era perduto. A questo e solo a questo tende il Padre: non perdere nessuno e condurre tutti alla risurrezione.

Dunque, la custodia di ognuno è ciò che sta a cuore a Dio e che Gesù assume come stile di vita. Un Dio che conta, sì, ma conta non le nostre mancanze al negativo. Noi da lui custoditi, come dirà Isaia, sui palmi delle sue mani, da cui nulla e nessuno potrà mai strapparci anche qualora vivessimo l’esperienza dell’allontanarci da lui. A lui stanno a cuore tutte le eventuali nostre perdite: ci cerca finché non ci ritrova. E noi sappiamo come Gesù di null’altro si sia preoccupato se non di attuare questa volontà di accoglienza e di salvezza: nessuno escluso. Anche la morte, dunque, luogo visitato da Dio perché nessuno perisca.

La liturgia, come possiamo notare, non si attarda nel soddisfare la nostra curiosità circa l’aldilà che noi in genere immaginiamo come una riedizione migliorata della nostra presente condizione. Per la liturgia basta sapere quello che sta a cuore a Dio e che è senz’altro a vantaggio dell’uomo. Dio ha una intenzione amorevole nei nostri riguardi, il suo desiderio è quello di entrare in comunione con noi sin da ora per poi giungere alla pienezza della risurrezione, nell’ultimo giorno. Noi portati nel palmo delle mani di Dio e affidati al Figlio Gesù. È questa consapevolezza che ci permette di attraversare anche i giorni in cui umanamente viviamo l’esperienza delle separazioni e dei lutti.

Non ci interessa, allora, il come sarà la vita dopo la morte ma il perché possiamo sperare una vita dopo la morte, vale a dire, perché abbiamo comunque motivi di speranza – di quella speranza che non delude – e che per noi sono: l’intenzione del Padre, la disponibilità del Figlio, la possibilità a noi offerta di conoscere e credere in Gesù. Questo ci basta.

Certo, per noi, garanzia di speranza sarebbe non vivere l’esperienza della perdita, sarebbe il sentirsi preservati, al riparo da lutti e lacerazioni. La fede nella risurrezione, tuttavia, ci attesta di una vita più forte della morte, di un amore più forte dell’odio.

E noi che veniamo qui di settimana in settimana a nutrirci del corpo e sangue del Signore Gesù, riceviamo già la primizia, l’anticipo di quella esperienza che vivremo in pienezza alla fine. Che cosa testimonia che riceviamo la caparra di una vita nuova? La nostra disponibilità a far sì che nulla vada perduto. Comincia qui la vita eterna nella misura in cui facciamo esperienza di un Dio così, di un Dio che ha premura persino dei frammenti della nostra esistenza e che, perciò, crediamo, aprirà varchi di speranza anche alla nostra morte. Un Dio che quando siamo tentati di credere che non c’è più una via d’uscita apre varchi, varchi insperati e inattesi. Lo aveva aperto nel passaggio del Mar Rosso, lo aveva aperto alla morte del Figlio, lo aprirà alla nostra morte e lo apre a quella dei nostri cari.

È bello pensare alla comunità dei credenti come ad una comunità di uomini e di donne che hanno a cuore di non perdere nessuno e se mai qualcuno potrà perdersi, non darsi pace finché lo si sarà ritrovato. A immagine del nostro Dio che proprio di questo ha cura.

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