Segni poveri – Esequie Livio Gentile

È diventato quasi un appuntamento quotidiano, in quest’ultimo periodo, il ritrovarci a prendere congedo da un nostro fratello o da una nostra sorella. E noi rispondiamo con l’affetto, con la presenza, con la condivisione del dolore di chi è stato provato dalla morte di un congiunto. Trovo, però, che questo nostro adunarci in assemblea non possa risolversi soltanto con l’ennesimo appuntamento con la morte, ma sia un invito alla consapevolezza e a vivere ogni cosa nella prospettiva dell’eterno. Tutto di noi ha ed è seme di eternità. Proprio ieri, la seconda lettura ci ricordava: “Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto”. Tutto di noi è incamminato verso quell’incontro che sarà momento di verità del nostro incedere: fortunati noi, se avremo saputo vivere ogni realtà riconoscendo in essa una particolare parola di Dio rivolta a noi.

Oggi salutiamo Livio. Il pensiero va subito alla sua amatriciana: era unico nel prepararla, amante com’era della buona cucina. Tuttavia, sappiamo qual era il contesto di questo suo mettersi ai fornelli: una esperienza di solidarietà com’è la raccolta fondi per Telethon, della cui associazione, è stato il fondatore qui a Tramutola. Uomo per gli amici, uomo per gli altri, sempre impegnato in prima linea per creare un’occasione attraverso la quale poter portare il proprio contributo per l’avanzare della ricerca scientifica. E soprattutto capace di portare avanti con assiduità l’impegno preso, capacità non comune il perseverare in un servizio.

Il vangelo di questo lunedì riporta l’atteggiamento degli interlocutori di Gesù alla perenne ricerca di segni così da poter finalmente riconoscere in lui il Figlio di Dio. Il bisogno di qualcosa che rassicuri: ecco cosa soggiace alla richiesta avanzata dai farisei nei confronti di Gesù.

A questa richiesta/pretesa Gesù risponde indicando due figure non stanziali: tanto la regina del sud quanto Giona, infatti, si sono lasciati mettere in cammino da qualcosa che li invitava ad andare oltre se stessi. La prima ha scelto di sua iniziativa di intraprendere il viaggio per mettersi alla scuola della sapienza di Salomone, il secondo, pur resistendo con tutte le forze, non ha potuto evitare di essere messo per strada.

Per accogliere il segno che è Gesù è necessario lasciarsi destabilizzare da esso abbandonando ogni nostro appiglio terreno. Non poche volte preferiamo restare schiavi dei nostri appigli piuttosto che gustare l’esperienza esaltante e drammatica al contempo di ciò che il Signore vuole donarci.

Gesù apostrofa i suoi interlocutori come generazione malvagia, ovvero persone sempre pronte a dare il proprio cuore ad altro. Altro, altro, altro: sempre nuove esperienze! Ecco il bisogno spasmodico della generazione a cui Gesù si rivolge. Accade anche a noi: il proposito è quello di farlo per l’ultima volta, ma è un’ultima volta che non ha mai fondo e Dio è perennemente messo alla prova. Ciò che abbiamo già abbondantemente ricevuto non ci basta. Talvolta, non siamo neppure più in grado di ricordare di aver già ricevuto tanto. Ed eccoci perciò a barattare la nostra fiducia con l’ennesimo segno preteso. Finché non diventeremo consapevoli che “qui vi è ben più di Salomone e ben più di Giona”, non ci sarà dono in grado di saziarci.

Dio non si impone mai con evidenza ma chiede di essere riconosciuto e accolto mediante i segni umili e poveri con cui si prende cura del nostro cammino. “Beato chi non si scandalizza di me”, dirà Gesù.

Il viaggio compiuto dalla regina del sud e da Giona indica come l’approdo a questa accettazione dei segni di Dio richieda un tempo lungo e un percorso faticoso.

Pretendere da Dio “segni” e “miracoli” per continuare a dargli credito è indice di una fede inesistente. Credere è consegnarsi a Dio con un gesto gratuito e fiducioso, perché si è accolto “il segno” che Egli ci ha dato nella persona di Gesù. E questo basta per continuare a vivere. Questo basta per accettare di entrare nella propria morte.

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