Lo sguardo d’amore o le cose? – XXVIII del T.O.

figlio prodigo3Un incontro che aveva tutti i presupposti per diventare relazione, rapporto, si trasforma ben presto in una occasione mancata.

Un uomo fa di tutto per raggiungere Gesù. Porta nel cuore domande non generiche o impersonali. Ha da consegnargli qualcosa che gli brucia dentro, insoddisfatto com’è di quanto vissuto fino a quell’istante: Che cosa devo fare per avere la vita eterna?

Chi pone una domanda di questo tipo, si pone un obiettivo alto (la vita eterna, mica poco!): è evidente la sua disponibilità a mettersi in gioco ad ogni costo. Si affretta, si prostra, non vuol perdere l’occasione. Avverte l’urgenza di dare una svolta alla sua esistenza, proprio come accade, talvolta, a ciascuno di noi.

Una domanda come la sua non la poni al primo che capita ma a qualcuno cui si riconosce una certa autorevolezza: ne è prova il suo inginocchiarsi. La sua domanda verbale manifesta l’intensa ricerca del suo cuore. Quel tale ha bisogno di un Maestro e di un Maestro buono, di uno che gli insegni cosa fare. Insegnare, infatti, vuol dire consegnare dei simboli, delle chiavi di lettura della vita, la sapienza di cui ci parlava la prima lettura.

Perché mi chiami buono?

Strana come risposta da parte di Gesù eppure quanto mai appropriata. Prova a dar ragione del tuo cammino interiore. Sei davvero sicuro che al tuo affrettarti esteriore corrisponda un eguale movimento del cuore? Perché ti rivolgi a me? Cosa cerchi davvero? Sei davvero sicuro delle tue motivazioni? Hai davvero provato a metterti in ascolto del tuo desiderio più profondo? Sai bene cosa fare per tenere in mano il timone della tua esistenza: prova a vivere il tuo essere uomo alla luce di ciò che Dio ti chiede. Osserva i comandamenti. Sai bene che quelle parole sono le uniche in grado di custodire la condizione di libertà che desideri.

Non uccidere… Chi è l’altro per te? A cosa lo riduci? Come lo consideri? Sei in grado di non mortificarne la crescita?

Non commettere adulterio… Sei capace di una relazione stabile, fedele? O l’altro è soltanto un mero strumento di piacere?

Non rubare… Non prendere ciò e chi non ti appartiene. Non vivere la vita con l’animo fi chi pretende ciò che l’altro non è in grado di darti.

Onora il padre e la madre… Sei capace di dire sì al tuo passato e alle tue origini ben precise, fatte di quel padre e di quella madre che hai? Onorare non significa soltanto prendersi cura ma dare il giusto peso alla propria storia.

Quel tale riconosce di essere pienamente su questa lunghezza d’onda già da tempo, ma sente che non gli basta.

Fissando lo sguardo su di lui, lo amò…

Gesù intuisce che la svolta potrebbe essere soltanto un’esperienza di amore gratuito, ma per quanto desideriamo tutti essere amati, è estremamente impegnativo accettare di entrare in una relazione d’amore. Infatti, lo sguardo d’amore di Gesù gli manifesta, senza umiliarlo, ciò di cui è mancante. Era lì tutto preso dall’essere stato all’altezza di quanto il Signore gli aveva chiesto e ad un tratto emerge, invece, il suo limite. E quel tale ha paura di stare a contatto con la mancanza, con la vulnerabilità, con ciò di cui non dispone. Preferisce non uscire allo scoperto.

Dirà Agostino che amare significa dire ad uno: “Amo, volo ut sis”. Amare è volere che l’altro sia, esista. A questo tale, Gesù fa il dono di uno sguardo che vorrebbe avere tutta la forza della seduzione, ma si sa, ci sono sguardi da cui prendiamo volentieri le distanze quando percepiamo che potrebbero segnare un prima e un poi nel rapporto. Per questo, se da una parte si fa discepolo di quell’uomo riconosciuto come Maestro buono, dall’altra non è disposto a fidarsi di lui fino in fondo.

Gli sarebbe bastata una sorta di sequela generica, come una sorta di giustapposizione, mentre Gesù gli propone un vero e proprio esodo iniziando a prendere le distanze da tutto ciò che, in qualche modo, costituiva la sua sicurezza. Per quanto la sua religiosità era vera, rischiava di essere formale, ferma all’apparenza. Non basta voler il bene, bisogna poi operarlo.

Era andato da Gesù per comprendere la sua identità, il suo essere, se ne torna, invece, come uno che “ha” molti beni. Preferisce essere definito da ciò che ha non da ciò che è. Se ne va triste perché ha paura di scoprire la sua identità più vera, ossia una persona amata e bisognosa di amore. Accade più spesso di quanto crediamo che ciò che possediamo finisce per possederci e condizionarci privandoci di una vera esperienza di libertà. È rischioso fidarsi di uno sguardo d’amore per quanto promettente; rassicura, invece, molto di più, qualcosa di concreto di cui già disponi. La sicurezza dei beni è preferita all’insicurezza della relazione.

A ragione scriverà uno psicanalista del secolo scorso: “L’amore non è una cosa che si può avere, bensì un processo, una attività interiore di cui si è il soggetto. Io posso amare, posso essere innamorato, ma in amore non ho un bel nulla” (E. Fromm). Quando all’interno di un rapporto fa capolino il verbo possedere, sono già uscito dall’amore: “Meno ho più sono in grado di amare” (E. Fromm).

Quel tale, sottraendosi a uno sguardo d’amore, preferisce il passato precludendosi ogni possibilità di futuro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.