La capacità di riconoscere e apprezzare – Esequie Giuseppe Paradiso

La morte non conosce età né condizioni di vita o di salute, come stiamo toccando con mano in queste ore. Dopo aver preso commiato dalla breve esistenza di un giovane, ci ritroviamo in questa nostra chiesa ad affidare alla misericordia di Dio la lunga esistenza di un uomo buono e mite, Giuseppe. Il suo volto solare, solcato dal lavoro, trasmetteva una pace che gli veniva dal suo carattere docile. Pareva irriconoscibile in questi ultimi giorni trascorsi a letto. Doveva andare, così diceva, mentre si dimenava nel letto e a stento lo si riusciva a tenere fermo. E, intanto, richiamava alla memoria nomi di persone già mancate. Ringrazio i suoi cari per avermi voluto accanto a lui più di una volta in questi giorni in cui andava via via perdendo le sue forze.

Era sempre tra i primi ad arrivare ai funerali; dapprima sostava sulle scale del Rosario e poi si trasferiva in chiesa, ai primi banchi, contento – ripeteva alla moglie – perché io lo avevo salutato.

Lo salutiamo in questo giorno in cui il vangelo ci richiama ciò che Dio opera attraverso Gesù. Gesù aveva appena ridato la parola a un muto operando con il dito di Dio. Di solito i demoni strepitano, in questo caso, invece, si tratta di un demonio muto che rende muti. Non sempre il male si esprime con una parola maldestra o offensiva. Talvolta assume anche il volto di un silenzio apparentemente inoffensivo ma terribilmente distruttivo: ci sono silenzi che fanno male più di tante parole. È un male una verità non ricordata, è un male una difesa omessa o rinviata, è un male un grazie non offerto, un incoraggiamento negato. A volte crediamo che sia meglio tacere per rispetto e per carità fraterna. Forse, non poche volte, dietro un certo silenzio c’è un infantilismo (in/fanti perché non sappiamo parlare) che avvilisce.

Attorno a Gesù, stranamente, si viene a creare un dinamismo di contrapposizione che, mentre crea il sospetto, isola. Non poche volte Gesù registra resistenze che vengono declinate in forme diverse. In questo caso i segni che egli compie sono segni evidenti di un male sconfitto e, tuttavia, scribi e farisei ne danno una spiegazione assurda: lo fa in nome di Beelzebul. Di fronte all’evidenza, scribi e farisei, pur di non perdere quel poco di potere che hanno nelle mani, si chiudono e interpretano dal momento che non possono negare quello che gli occhi di tutti vedono. Sono inquietati dalle sue parole e dai suoi gesti.

Ora, negare l’evidenza significa scegliere la menzogna, ma scegliere la menzogna vuol dire scegliere la morte. Per questo, altrove, Gesù qualificherà questo comportamento come una bestemmia contro lo Spirito Santo: aver visto la luce e, per calcolo, chiamarla tenebra è una ostinazione imperdonabile. Il non perdono di un simile peccato non è dovuto ad un qualche limite della misericordia di Dio: non può essere perdonato perché chi si comporta così non vuole essere perdonato.

A essere ostili nei confronti di Gesù sono persone costituite in autorità o per il ruolo (gli scribi) o per la pratica di vita (i farisei). Con il suo modo di fare Gesù aveva messo in discussione quanto essi non avrebbero voluto intaccare neppure minimamente. È vero, lo riconosciamo anche nella nostra vita: a volte abbiamo un senso così confortante delle nostre sicurezze e dei nostri parametri interpretativi, da non riuscire a vedere alcun bene che possa nascere fuori dei nostri recinti mentali o affettivi. Il rischio non è finito con la scomparsa degli scribi che non riescono a riferire a Dio quanto vedono accadere sotto i loro occhi.

La vita di ognuno di noi è divisa in se stessa quando a guidarci è lo spirito di superbia, di ribellione e di sufficienza di sé.

C’è una macchinazione del nemico – ci ricorda oggi la Parola di Dio – che ha come suo primo passo quello di rendere l’uomo sordo alla Parola di Dio, ma il vero intento è quello di rendere l’umanità muta davanti a Dio.

È vero ciò che scriveva A. J. Heschel: «L’umanità non perirà per mancanza di informazione, ma per mancanza di apprezzamento. L’inizio della nostra felicità sta nel comprendere che una vita senza meraviglia non vale la pena di essere vissuta. Quello che ci manca non è la volontà di credere, ma la volontà di meravigliarci». Può accadere – e accade – di trovarsi di fronte al bene e non solo non riconoscerlo ma addirittura negarlo. Non è forse un bene che un uomo bloccato nella parola inizi a parlare? Eppure, per qualcuno non è così. C’è una invincibile indisponibilità a vedere perché c’è una invincibile indisponibilità ad ascoltare finendo per concludere che la vita coincida con quello che vedo io e con quello che sento io. È più facile rendersi complici del male che diventare facilitatori di bene.

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