Che cosa devo fare? – Esequie Ivan Orlando, deceduto improvvisamente a soli 22 anni

“Non ci credo”: con queste parole inviatemi tramite un sms su whatsapp, una persona mi annunciava l’improvvisa scomparsa di Ivan.

Di fronte alla morte in genere e a quella di un giovane di soli 22 anni, buono, dolce, affabile, è naturale e comprensibile la nostra protesta. Il buio attraversa i nostri pensieri e fa capolino nei nostri cuori quando si è chiamati a vivere prove come questa.

Di solito, abbiamo il bisogno di anestetizzare momenti come questi: essi, infatti, sono una lacerazione profonda, uno strappo difficile da ricucire. È naturale farlo attraverso la medicina dei ricordi: ci sembra, quasi, che il riandare con la mente a momenti e situazioni condivisi con chi ci ha lasciato, quasi ci restituisca la sua presenza. Tuttavia, se questo può essere il primo atteggiamento, scopriamo ben presto che non basta: per quanto ci sforziamo, non riusciamo a riportare indietro il tempo come a volerlo cristallizzare. Per questo, è necessario che i ricordi siano illuminati dalla fede: questo, infatti, è il momento del silenzio, della preghiera, dell’abbandono fiducioso. Se è vero che senza la fede, anche le cose più evidenti non appaiono nella giusta luce, figuriamoci quelle più oscure e drammatiche! Forse in questo momento l’unica cosa da dire è: “Signore, in questo momento io non provo niente, non ho nemmeno la forza di pregare, ti chiedo, però, di accettare questa mia sofferenza come preghiera per Ivan”.

In un momento come questo è pressoché naturale e, forse, anche facile far salire sul banco degli imputati Dio. La rabbia ci porterebbe a chiudere la porta del nostro cuore a lui. Questo, però, credo sia piuttosto il momento in cui con tutta umiltà interrogarci su ciò cui abbiamo ancorato la nostra vita. Crediamo davvero che una vita che estrometta Dio dal suo orizzonte ci renda più felici? Se così fosse, lo confesso, non esiterei a lasciar la tonaca. Non mi pare, però, che l’alternativa alla fede raggiunga chissà quali opportunità di riuscita.

In frangenti come questi, le nostre parole battono l’aria: solo il Signore ha parole di vita eterna, non le nostre, sebbene nascano dall’affetto sincero. Solo Dio può dire qualcosa perché solo la sua Parola è lampada ai nostri passi. Solo questa luce ci aiuta a vedere quello che di solito sfugge al nostro sguardo e alla nostra comprensione. Guai ad entrare nel mistero della morte da soli: ci smarriremmo. Solo accompagnati da Gesù possiamo attraversarla con l’atteggiamento giusto. Solo accompagnati da lui possiamo comprendere che morte, vita, presente, avvenire sono nelle sue mani.

“La fede nella Risurrezione”, infatti, “ci dona la speranza che nulla va perduto della nostra vita: nessun frammento di bontà e bellezza, nessun sacrificio per quanto nascosto ed ignorato, nessuna lacrima e nessuna amicizia”. Ivan e quanto avete condiviso con lui è custodito come tesoro prezioso dalle mani di Dio.

Ho voluto che ad illuminare questo momento così doloroso fosse quel brano del vangelo meglio conosciuto come il brano del giovane ricco. Perché mai? Perché, da una morte così repentina e giovane, abbiamo bisogno di guardare alla nostra vita provando a dar voce alle domande più vere che attraversano l’animo di ognuno di noi, giovane o adulto che sia.

Che cosa devo fare per avere la vita eterna, la vita vera? Che cosa mi manca?

Saranno state anche le domande di Ivan, domande che a volte non affiorano al dato verbale ma attraversano gesti e scelte che ognuno di noi compie.

Tutti noi portiamo nel cuore dei desideri, a volte non maturi, talvolta non limpidi, altre volte ancora non consolidati. Il desiderio, però, dice sempre qualcosa di noi: chi cerco? Cosa cerco? A chi mi rivolgo? E per avere cosa? In base a cosa decido?

Cosa c’è dietro tanto nostro darci da fare se non l’anelito verso qualcosa di più grande? Siamo fatti per Dio e il nostro cuore non ha pace finché non lo trova.

A volte ci accontentiamo di molto meno convinti che quello possa saziarci e bastare, ma così non è. Per questo continuiamo ad aggiungere esperienza ad esperienza, affetto ad affetto, l’ultimo ritrovato della tecnologia all’ultimo ritrovato, convinti che quella pace cui aneliamo possiamo trovarla nell’ultimo espediente affettivo o tecnologico, ma così non è. Ha un nome questo nostro bisogno: si chiama Dio. Non accontentiamoci di meno.

Se vuoi davvero gustare la vita vera, non eliminare dal tuo orizzonte ciò che Dio chiede. Prova a far sì che tutti coloro con i quali ti relazioni vedano in te uno che si mette a servizio della loro esistenza e non uno che non la rispetta o, addirittura, la maltratta e la degrada. Fatti garante della felicità altrui e Dio si farà garante della tua felicità, per sempre.

Il giovane del vangelo era andato da Gesù animato da desiderio sincero e tuttavia c’erano degli attaccamenti che facevano da impedimento (gli attaccamenti possono essere di vario genere: a volte certe presenze, altre volte certe cose, alcune opinioni, l’aspetto esteriore, un senso di inadeguatezza, il voler riuscire a tutti i costi). Quante cose deprimono, quante cose spengono la vita anzitempo pur sembrando promettenti! Quel giovane del vangelo se ne va via triste: sembrerebbe quasi che siano le parole di Gesù la causa di quella tristezza. In realtà, però, le parole di Gesù non fanno altro che sollevare il coperchio e far emergere la tristezza che ci portiamo dentro. La tristezza risiede nel mio ostinato ripiegare verso i miei attaccamenti: sono essi che mi bloccano e mi impediscono di gustare qualcosa di vero e di bello. Ci sono tanti beni facili e disponibili che, tuttavia, se non usati con il dovuto discernimento, rischiano di essere causa di quel male di vivere che attraversa tanta parte della nostra esistenza.

Oso pensare che sia Ivan stesso, oggi, a far eco alle parole di Gesù, lui che ora è entrato nella vita vera e guarda le cose come le guarda Dio, dalla fine. Che cos’è che pur seducendoti, in realtà ti paralizza? Se riuscissimo a dare un nome a questo, sarebbe il modo più consono per onorare la memoria di un giovane che ha chiuso così prematuramente la sua corsa in mezzo a noi.

Seguimi…

Prova a mettere i tuoi passi dove li metto io, ripete Gesù a tutti noi. Prova a guardare le cose come le guardo io. Prova a stare nella vita come ci sono stato io.

Tutti coloro che nella storia della Chiesa hanno occupato il posto lasciato vuoto dal giovane ricco, sono coloro che hanno contribuito a cambiare il volto della storia proprio perché hanno saputo orientare il loro desiderio più vero.

Quel posto è sempre da occupare, di nuovo: beati noi, se con l’impegno di ogni giorno, sapremo occuparlo.

Il 10 settembre, alle 21.55, Ivan condivideva questo post sulla sua pagina FB: “Il problema non è il tuo problema, ma il tuo atteggiamento rispetto al problema. Comprendi?”.

Credo stamattina la ripeta a noi questa frase: come ti poni di fronte alla vita? Come ti poni di fronte alla morte?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.