L’ospitalità che salva – Esequie Teresa Ponzio

La bella esistenza terrena di Teresa si è spenta la notte scorsa dopo una lunga sofferenza che l’ha costretta via via alla perdita della vista e all’uso delle sue gambe, lei pure già provata dalla perdita di un figlio. Domenica sera, chiamato dai suoi figli (che ringrazio per avermi voluto accanto alla loro mamma), le avevo amministrato i sacramenti della nostra fede perché potesse vivere il suo passaggio da questo mondo al Padre sostenuta dalla grazia di Dio e dalla speranza che viene dalla fede in lui. Teresa appartiene a quel gruppo numeroso di persone di cui talvolta si ignora persino l’esistenza e che, tuttavia, proprio con il loro silenzio e la loro sofferenza, tessono per tutti noi la possibilità di non perdere la speranza. C’è davvero una economia sommersa della grazia in tante esistenze vissute lontano dai riflettori.

Prendiamo congedo da lei aiutati da una pagina evangelica nel segno dell’ospitalità.

Una pagina che narra di un Dio mendicante di accoglienza, un Dio che chiede di allargare lo spazio della propria tenda per accogliere quella dimensione di novità che la grazia della sua visita sempre porta con sé.

Una pagina che narra di un Dio che prende l’iniziativa di bussare alla porta di casa di alcuni suoi amici. Gesto sempre ripetuto, quasi costitutivo del nostro Dio: “Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre…” (Ap 3,20). Un Dio che esce dalla sua solitudine in cerca di un luogo ospitale. Quando Dio visita, visita sempre da amico, non da padrone. Visita con i gesti e il linguaggio della confidenza, della familiarità, non della distanza o della supponenza. Egli, infatti, non invade, sta alla porta: abita là dove lo si lascia entrare.

E quando Dio ci visita, bussa da amico ma veste i panni dello straniero, di uno cioè che immediatamente potrebbe anche non essere riconosciuto per quello che è e perciò non accolto. Che cos’è la morte se non l’ultimo incontro terreno con il Dio che ci chiama a prendere parte della comunione con lui? Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto, ricorda Giovanni nel prologo del suo vangelo. Di fatto, è quello che accade a Marta.

Eppure, ci ricorda il vangelo, là dove è esercitata l’ospitalità dell’altro, lì c’è Dio. Dio è là dove sono dispiegati i gesti della scioltezza e del mettere a disposizione. È questo che rovescia la storia. Parole per noi, queste, barricati in una logica di possesso, di non condivisione, preoccupati di garantire il futuro solo per noi. Le nostre vite restano sterili quando non si aprono alla condivisione.

Dio visita Marta e Maria nel pellegrino Gesù incamminato verso Gerusalemme.

Due donne esercitano in maniera diversa l’ospitalità nei suoi confronti. Marta, figura di chi pur premuroso nell’ospitalità tutto giudica a partire da sé, dal suo modo di sentire, di pensare, di vedere. E così finisce per perdere di vista il senso del suo essere indaffarata. Maria, invece, figura di chi riesce ad intuire che l’ospite, quell’ospite è portatore di qualcosa che non può essere ridotto in un semplice preparargli da mangiare. E perciò si mette in ascolto di lui, di quello che a lui sta a cuore.

Il ritenere di sapere ciò che sta a cuore a Dio quasi sempre finisce con l’impedire di mettersi in sintonia con il sentiero che lui ha intrapreso. E Marta così è confinata ai margini di una vicenda di cui pure si sentiva protagonista, vicenda nella quale anche Dio è usato come pretesto del suo voler avere in mano la situazione. Marta serve, ma non da serva. Non basta servire, infatti, occorre essere servi.

Al dire di Gesù, Maria ha scelto subito “la parte migliore” (che non è certo la più comoda, perché talvolta è più facile agitarsi che fermarsi e capire, nel senso latino del termine). La parte migliore non è quella di chi moltiplica le cose, le attività, ma quella di chi si accorge della sua presenza.

Marta, che pure non vuole lasciar mancare nulla all’ospite di riguardo e perciò pretende di arrivare a tutto, alla fine lascia mancare l’unica cosa necessaria.

È il rischio che corrono le persone religiose quando Dio diventa troppo conosciuto, uno di casa. Ci si illude di sapere senz’altro ciò che lui chiede a noi.

Marta, diventa il modello di chi ha la presunzione di possedere Dio, gestirlo secondo i propri schemi.

Se non ti fermi, se non hai tempo per ascoltare, se continui ad essere esagitato e a impartire ordini invece di riceverli da lui, se ti ostini ad assumere un’iniziativa dietro l’altra, senza interpellare l’Interessato, non arriverai mai a comprendere che cosa vuole realmente il Signore da te e sarai sempre convinto che quello che tu avrai deliberato dentro di te, sia la cosa giusta alla quale non solo il Signore dovrà mettere la firma ma dovrà fare in modo che altri ti aiutino a realizzarla.

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