Essere l’amore – Esequie Giuseppina Calandriello

Solo pochi mesi fa (era maggio), avevamo accompagnato all’incontro con il Signore, il marito Luigi. Oggi, invece, siamo qui per celebrare il passaggio da questo mondo al Padre di Giuseppina, deceduta la scorsa notte presso l’Ospedale di Villa d’Agri. Con Giuseppina se ne va una figura storica del nostro vicinato di San Matteo. Data l’amicizia e il legame con il nipote Antonio, abbiamo avuto modo di conoscerla fin da bambini. Sono due le immagini che porto con me: il grembiule sempre cinto ai fianchi e una arguzia nel leggere persone e situazioni. La sua vecchiaia, come sappiamo, è stata funestata e segnata dalla scomparsa prematura della figlia Nina. Giuseppina aveva conosciuto l’altra faccia di quella medaglia dell’emigrazione che negli anni settanta portò tanti nostri compaesani a intraprendere la via della Svizzera e della Germania, la faccia della solitudine di legami recisi a motivo del lavoro. Donna forte, com’era, aveva fronteggiato la situazione portando avanti la famiglia.

La salutiamo in un giorno in cui la chiesa ci restituisce lo sguardo del Signore sull’umanità: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi”. Sulle labbra del Signore non l’accento della lamentela ma quello del riconoscimento. L’uomo, secondo il Signore, in qualunque situazione si trovi, è sempre pronto ad accogliere una parola di benedizione e l’annuncio di una nuova opportunità. Occorrono persone capaci del suo stesso sguardo, capacità di compiere quel passaggio mai del tutto riuscito dalla lamentela al riconoscimento.

La salutiamo, inoltre, nel giorno in cui la Chiesa celebra una grande santa, Teresa di Gesù Bambino, morta a soli 24 anni. Aveva fatto della piccolezza il suo stile di vita e dell’umiltà il suo modo di incarnare fino in fondo la sua sequela del Signore.

Teresa aveva compreso che la vita cristiana ha nulla a che spartire con il clamore, con l’urlo, con le cose vantate o con quel bisogno spasmodico di veder riconosciuti i nostri diritti, non è nel contrapporsi. Altro è lo stile di Dio: noi zeloti di ieri e di oggi, non poche volte, anche in nome di un bene, fatichiamo a riconoscere che Dio è piuttosto nel sottovoce, nella modestia. Guai a declinare la fede secondo i caratteri della presunzione e dell’arroganza, inseguiremmo una logica antievangelica. Isacco il Siro amava ripetere che è l’umiltà la veste che Dio indossa quando vuole assumere la forma umana. Occorre stare alla scuola di Dio per liberarci da quel delirio di onnipotenza ossessionato dalla sua riuscita e dal bisogno di riconoscimento.

La piccolezza, la misura umile di Dio. Dio restituisce parola al piccolo che diventa, perciò, nuova misura delle cose dell’uomo. I piccoli, destinatari privilegiati nel cogliere la portata del messaggio evangelico. Spazio dunque ai piccoli. Parola ai piccoli, a coloro che pur non partecipando del potere o del sapere o di altro titolo di riconoscimento, Dio investe del compito di essere maestri della comunità cristiana.

Ci chiediamo spesso come poter spendere la nostra vita, quale posto occupare in essa, quale ruolo esercitare. Erano le domande che si poneva anche Teresa di Lisieux. Ad un tratto, per un dono del Signore intuisce qual è il suo compito e qual è il suo luogo: “Nel cuore della Chiesa mia madre, io sarò l’amore”.

Nessuna parola è così usata e bistrattata come la parola amore. Sappiamo, però, quanto l’amore, quando è profondo, ha la capacità di accendere e affascinare, e quanto invece i tradimenti dell’amore hanno il potere di ferire. Le cose più belle sono quelle che tradite fanno più male.

Quando si ama davvero si sceglie di fare solo ciò che è conforme a volere il bene. L’amore diventa il ‘criterio di scelta’ e tutto ciò che si vorrà fare sarà solo ciò che apparterrà alla sfera dell’amore: il resto verrà tralasciato proprio in nome dell’amore!

Non si tratta dell’amore come sentimento quanto dell’amore declinato come responsabilità, come rischio, come generosità, come serietà, come impegno. Sarò su questo tema, infatti, e su nient’altro la materia di esame del nostro incontro con il Signore il quale riscatterà ogni pagina della nostra esistenza, persino quelle da noi ritenute più banali o insignificanti. Cosa volete che sia un bicchiere d’acqua dato ad una persona? Eppure, anch’esso non resterà senza ricompensa.

Si tratta di un amore tutt’altro che generico: un amore che sa vedere, accogliere, farsi vicino, rialzare, incoraggiare, donare, ascoltare, condividere come Gesù. Lui è il paragone: Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato (Gv 15,12).

Cosa può voler dire per noi essere l’amore là dove il Signore ci ha chiamati a vivere?

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