Il buio e la fede – Esequie Giuseppe Caputi

2Si fece buio su tutta la terra…

Così è la conclusione dolorosa e drammatica della vita di Gesù. Tuttavia, prima che descrizione di un fenomeno fisico, é la rappresentazione quasi tangibile della reazione umana di fronte all’ingiustizia, al dolore, alla morte.

Era buio per i discepoli di fronte ad un evento che annullava le loro speranze. Era buio per la folla che aveva intravisto in Gesù un risolutore di tanti problemi, da quello del pane alla liberazione dal dominio dei Romani. Fu buio per Giuda che disperato, si toglie la vita. Era umanamente buio persino per Gesù che lancia quel terribile grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”; terribile, ma anche illuminante: la sua solitudine sulla croce redime e valorizza, infatti, gli innumerevoli momenti di tenebra che vive l’umanità.

È stato lungo e opprimente il buio che si è abbattuto sulla giovane esistenza di Giuseppe da marzo scorso fino a ieri notte. Altrettanto lungo e opprimente per i suoi cari, per Maria, Antonella e Vincenzo, che insieme a tanti di noi hanno atteso e pregato per poter uscire da questo tunnel così angoscioso. Il miracolo sperato non è accaduto, almeno apparentemente, dal momento che ci ritroviamo qui nella nostra chiesa a prendere congedo dal corpo di Giuseppe. Tuttavia, c’è stato un altro miracolo, quello a cui ho assistito seppur brevemente la mattina che son passato all’Hospice del San Carlo per salutare i familiari e per pregare per Giuseppe. Il miracolo è stato quello di un amore esercitato fino in fondo, anche quando tutto lasciava pensare che fosse inutile.

Quando andai via quella mattina, il mio cuore aveva trattenuto quella immagine di una fedeltà a tutta prova, tanto è vero che poche domeniche dopo, proprio ricordando quel momento, avevo ripetuto nell’omelia: cosa potrebbe spingere una donna ad assistere un marito, come ho visto in questi giorni, anche quando egli è in coma, se non le ragioni che hanno messo radici in un cuore che non si arrende neppure di fronte all’evidenza? È vero: amore, ossia a-mors. Si ama fino in fondo una persona non quando riceviamo riconoscenza ma quando tutto sembra essere in pura perdita, proprio come ha fatto il Signore. E avevo poi commentato riportando quello che qualcuno ha scritto:

“Se amate qualcuno per la sua bellezza non è amore ma desiderio;

se amate qualcuno per la sua intelligenza non è amore ma ammirazione;

se amate qualcuno per la sua ricchezza non è amore ma interesse;

se amate qualcuno e non sapete il perché, questo è amore”.

È sempre buio quando la prova visita la nostra esistenza e noi siamo sempre impreparati ad affrontarlo. È ancora più buio, però, qualora dovessimo decidere di porre Dio fuori dalla nostra vita. Come non c’è vita sulla terra se non c’è luce, così nel cuore dell’uomo non c’è vita se non c’è Dio.

Il vangelo, però, riporta che si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio! Il tempo delle tenebre è sempre limitato. Anche qualora dovessimo decidere di mettere fuori dalla nostra vita il Signore, egli non ci abbandona, non si arrende, pronto a risorgere, pronto a ridonare vita.

Gli eventi della vita non sempre contengono un senso plausibile, ma dipende da noi introdurre senso là dove sembrerebbe non ve ne sia alcuno. Spetta all’uomo assumere un atteggiamento che gli consenta di vivere in maniera diversa le situazioni negative della propria esistenza.

Da quando Dio si è incarnato ogni situazione umana può diventare luogo della sua presenza e ogni credente è chiamato a vivere la propria fede come ricerca continua dei segni di questa presenza nella propria storia. Da quando un fatto assurdo e ingiusto, come la passione e la morte di Gesù, è divenuto luogo e tramite di un progetto più grande, da allora ogni evento, anche il più luttuoso può diventare luogo attraverso cui si compie il progetto di Dio che resta comunque progetto d’amore.

“Tutta l’umanità appartiene a uno stesso autore ed è come se fosse un unico libro; ma quando un uomo muore, allora un capitolo del libro non è strappato, ma tradotto in un linguaggio migliore; e ogni capitolo deve essere tradotto in questo modo; Dio usa traduttori diversi; alcuni capitoli del libro sono tradotti dall’età, altri dalla malattia, altri dalla guerra o dall’ingiustizia; ma la mano di Dio è in ogni traduzione; e la sua mano rilegherà di nuovo tutte le nostre pagine sparpagliate, per disporle in quella biblioteca in cui ogni libro sarà aperto davanti agli altri…” (J. Donne, cit. da N. Wolterstorff, Lamento per un figlio, p. 44).

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