Si salva solo il bambino – XXV domenica del T.O.

bambino e adultoNon si salva proprio nessuno…

È il commento spontaneo che mi è sgorgato dal cuore riascoltando una pagina come quella del vangelo di oggi. Di che ti meravigli, caro Antonio? È vero: abbiamo dimenticato spesso che siam tutti figli di Adamo ed Eva, tu compreso.

Non si salva proprio nessuno…

Nessun gruppo è esente da logiche competitive, dentro e fuori la Chiesa. Anche il gruppo degli apostoli che pure ha avuto a che fare con Gesù, il Signore e Maestro fattosi servo, conosce la dinamica tipica di chi vuole affermarsi a tutti i costi, anche a danno di un altro. Non c’è rapporto che non conosca una tale deriva, anche quello in cui il bene dell’altro sembra essere il motivo di tutto ciò che vien fatto: ma come, non lo sai che lo faccio per il tuo bene?

Nessun rapporto è risparmiato: tanto quello padre-figlio, declinato non poche volte secondo la logica padre-padrone, quanto quello della madre, vissuto come un utero che se favorisce la nascita biologica, in realtà non accetta mai quella della personalità, tanto quello dei preti che credono di essere i salvatori del mondo e perciò fanno propri stili presenzialisti, quanto quello degli insegnanti che non riescono a riconoscere il proprium dei ragazzi, tanto quello del ragazzo che strumentalizza la ragazza o viceversa, quanto quello del datore di lavoro che finisce per sfruttare i suoi dipendenti affamandoli.

Quel che più sconcerta è che un tale modo di agire è perseguito persino quando il contesto richiederebbe altro: quel giorno, stando al vangelo, c’era di mezzo la pelle del Maestro che di lì a poco avrebbe pagato a caro prezzo lo stile “altro” del suo essere Dio. Qualcuno non troverà di meglio che spartirsi persino la tunica di un condannato di lì a poco: si può giocare e speculare persino sulla morte. Accadeva allora, accade oggi anche nella chiesa di Francesco, ahinoi: mutato è lo scenario, ma il copione è il medesimo, sulla pelle persino degli ultimi. Ci si può servire dei poveri servendoli! Tanto di moda, oggi, per essere à la page, dimenticando quello che il Signore ci aveva detto, cioè di non suonare la tromba quand’anche riuscissi a fare un po’ di bene. Sia ben inteso, il riferimento non è alla persona del Santo Padre, il quale non cessa di spiazzare con i suoi gesti veri e non di maniera.

C’è una grossa differenza tra essere umili e giocare a fare gli umili. Dio non gioca quando nella carne del Figlio si svuota di tutte le sue prerogative divine e accetta di intraprendere un percorso che non lo renderà esente dalla smentita e dal rifiuto. E neanche in quel frangente rivendicherà che quanto stava facendo era per il nostro bene e quindi avremmo almeno dovuto avere il buon senso di riconoscerlo e accoglierlo. Neanche quando con le minacce gli si vorrà estorcere un gesto di forza che finalmente avrebbe fatto gridare “viva Dio”, neanche allora si è sottratto alla fatica e al dramma che conosce ogni percorso umano. Dio non sceglie di essere umile, servo e ultimo per strategia ma per condizione. Il suo non è il gesto di chi compie  della beneficenza tenendosi a debita distanza e restando comunque nella sua condizione intoccabile. Il suo condividere la nostra sorte lo pone in fondo alla fila come tutti quanti noi e mai rivendicherà un primato. In Fil 2,5-11, Paolo affermerà che  venendo tra gli uomini ha assunto la condizione del servo. Tanto è vero che quando il Battista protesterà lungo le rive del Giordano, si sentirà dire: “Lascia fare”. Iniziata male quella carriera e finita peggio. Eppure, è da lì che è sorto qualcosa di nuovo se noi oggi siamo qui dopo duemila anni, segno di una fecondità che, nonostante le apparenze, nondimeno si compie.

Ma è proprio vero che non si salva proprio nessuno? Stando al vangelo, pare di no. Escluso dalla gara delle competizioni resta il bambino che Gesù pone in mezzo al gruppo dei discepoli. Il bambino è ciò che ne fa l’ambiente in cui vive e il clima da cui è circondato. Per questo, proprio come quel bambino, i discepoli di ogni tempo devono discernere da quale logica lasciarsi guidare, se da quella degli empi o dalla sapienza di Dio. Quella degli empi è ben delineata mediante gli otto verbi riportati dalla prima lettura: spadroneggiare, non risparmiare, non rispettare, tendere insidie, vedere, provare, mettere alla prova, condannare. La sapienza propria di chi si lascia ammaestrare da Dio, invece, rende trasparenti, pacifici, miti, arrendevoli, misericordiosi, imparziali, senza ipocrisia, fecondi di giustizia.

Di che cosa stavate discutendo lungo la strada?, continua a chiedere il Signore ad ogni generazione di credenti. Ossia, da quale logica si lasciano informare i tuoi pensieri, prima, e le tue azioni, poi? Dalla fedeltà che sceglie di resistere con mitezza o dallo spadroneggiare facile che accetta ogni compromesso pur di avere sempre e comunque l’ultima parola?

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