Le ragioni del cuore – XXIV domenica del T.O.

Ma voi chi dite che io sia“Ma voi chi dite che io sia?”.

È capitato a tutti, credo, almeno una volta nella vita, di ritrovarsi a dire che cosa abbia rappresentato o continui a rappresentare una certa persona per noi. Talvolta, forse, abbiamo persino dovuto riconoscere, con un certo imbarazzo e anche con un po’ di disincanto, che quella persona non dicesse più nulla alla nostra vita: qualcun altro o qualcos’altro, infatti, aveva preso il suo posto.

Ma tu cos’hai capito di me?

Ecco ciò che il Maestro chiede ai discepoli. Sul suo conto, i discepoli ne avevano sentite di belle: di certo la sua figura non era irrilevante e la sua presenza non lasciava indifferenti se i più lo paragonavano ad Elia, addirittura, o al Battista.

Si tratta di una domanda inattesa, probabilmente, posta com’è lungo una strada polverosa, là dove, cioè, si tocca con mano la fatica di stare dietro ad uno i cui passi sono incamminati verso un destino di riprovazione e di smentita.

Ma tu cos’hai capito di me?

No, al Maestro non interessava una sorta di exit poll sulla sua identità. Non gli importava conoscere l’indice di gradimento circa la sua persona. Gli premeva, piuttosto, verificare le ragioni del cuore dei suoi. Già, perché poco importa cosa io possa sapere di una determinata persona: ciò che conta è il segno che essa ha lasciato nel cuore, sebbene forse conosca ben poco di lei. Ci è capitato senz’altro: il nostro cuore ha risuonato e ci son venute le farfalle allo stomaco magari solo per uno sguardo, per il timbro della voce, per un gesto inatteso, per una attenzione improbabile. Tant’è che se avessimo dovuto dar ragione di ciò che ci stava capitando, a fatica saremmo riusciti a trovare le parole.

Mi ha colpito molto in questi giorni, navigando in internet, questo post:

“Se amate qualcuno per la sua bellezza non è amore ma desiderio;

se amate qualcuno per la sua intelligenza non è amore ma ammirazione;

se amate qualcuno per la sua ricchezza non è amore ma interesse;

se amate qualcuno e non sapete il perché, questo è amore”.

Non basta dire ad uno chi egli è: la differenza la fa il dirgli chi è per me. E non basta neppure dirglielo una volta per tutte: la sua identità resta la stessa, ma la sua rilevanza per me può mutare, tanto può accrescere quanto può diminuire.

Ma tu cos’hai capito di me? Cosa dice il tuo cuore? “Con il cuore, infatti, si crede” (Rm 10,10), ripeterà più tardi l’apostolo Paolo. Sapeva bene il Maestro che solo un cuore che ospita passioni vere è in grado di resistere nella bufera che, talvolta, può abbattersi su una relazione. Di lì a poco, infatti, la professione di fede fatta da Pietro con tanta sincerità, non sarà un motivo sufficiente per non fargli patire lo scandalo e intraprendere la via del rinnegamento e dell’abbandono.

Cosa potrebbe spingere una donna ad assistere un marito, come ho visto in questi giorni, anche quando egli è in coma, se non le ragioni che hanno messo radici in un cuore che non si arrende neppure di fronte all’evidenza? È vero: amore, ossia a-mors, un legame che ha capacità di tenuta oltre l’impossibile. È a queste ragioni che fa appello il Signore in quel discorso fatto per via, quasi a dire: puoi dire che qualcuno è importante per te solo quando sarai stato in grado di superare la barriera del soffrire per lui e con lui. Povero Pietro, aveva parlato troppo presto, sull’onda di un incantamento, non accettando che nel suo cuore mettesse radici quell’amore che gli verrà svelato in pienezza nel cuore della passione e per la prima volta prenderà coscienza di quanto egli fosse caro agli occhi del suo Signore e Maestro.

Ma tu cos’hai capito di me?

Ahimè, Signore, forse ho capito ben poco ma quanto basta per continuare a starti dietro anche quando non ne vedo il senso e avverto tutta la fatica. Non so cosa mi è accaduto, ma so che mi hai toccato il cuore e hai impresso dentro di me una traccia indelebile del tuo amore che mi spinge a ridarti fiducia anche quando patisco sulla mia pelle il peso della solitudine e la lacerazione di ferite non rimarginate.

Mi rendo conto che posso rispondere a questa tua domanda solo se prendo coscienza di chi sono io per te. Sono io, siamo noi tutti i destinatari privilegiati del tuo mistero di Incarnazione e della tua Passione, Morte e Risurrezione: per noi uomini e per la nostra salvezza, ripeteremo tra poco. Per me la creazione, per me la redenzione. Per me Dio nutre una passione d’amore, un legame, cioè, che permane oltre il tradimento, oltre il rinnegamento, oltre l’infedeltà. Solo quando intuisco chi sono io per Dio – ai suoi occhi valgo il dono del Figlio suo, se è vero che “Dio non ha risparmiato il proprio Figlio ma lo ha dato per tutti noi” (Rm 8,32) -, solo allora posso lasciarmi disarmare dal suo amore e riconoscere con gesto adorante e grato: “Tu sei la ragione della mia vita, il senso dei miei giorni, il motivo del mio essere al mondo. Per questo non smetterò mai di affidarmi a te”.

Ecco cos’ho capito di te. Poco, ma quanto basta per restituirmi passioni e ragioni di vita.

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