Il miracolo della fiducia – XXIII domenica del T.O.

effatàPerché ci sia incontro occorre un altro, un altro che mi consenta di percepire chi sono, come sono fatto, a cosa sono chiamato. Sin dall’inizio è così: è inscritto nel nostro stesso DNA il bisogno di una relazione che mi strappi all’isolamento e mi ridoni il gusto e il senso del mio essere. Dio ha creato il mondo proprio per offrire un luogo d’appuntamento per l’incontro tra lui e l’umanità e gli uomini tra di loro.

Suggestiva l’immagine degli inizi presto dimenticata. L’antico libro narra che la sera, passato il caldo del giorno, quando iniziava a spirare una brezza fresca, Dio scendeva a passeggiare nel giardino per conversare con Adamo ed Eva, in amicizia. Quel passeggiare e quel parlare insieme era segno di una comunione gustata, ricercata, alimentata.

Tuttavia, proprio il luogo di un appuntamento in amicizia, divenne presto scenario di un fatto terribile: l’uomo e la donna dissero di “no” a Dio e rifiutarono la sua amicizia. Me lo immagino il Signore quella sera quando egli scese per incontrarli ed essi si nascosero: avevano paura di lui, segno che si era rotto il rapporto di comunione. La natura si ribellò e produsse spine e rovi, divenendo luogo ostile ad un incontro amoroso.

Davanti a un simile fallimento Dio non si arrese e nei modi più impensati, non ha fatto altro che rivolgere all’uomo quella parola che oggi è risuonata in questa assemblea: “Effatà, apriti”. Lo ha fatto continuamente attraverso i patriarchi, mediante i profeti, per mezzo di tutti coloro che anche inconsapevolmente si sono presi cura del popolo di Dio. Dio non si è mai rassegnato al fatto che l’uomo potesse cadere vittima di quel meccanismo di isolamento in cui il rapporto con la realtà è frutto solo di proiezione. Alla fine lo ha fatto attraverso Gesù, cioè mediante la Parola fatta carne: Dio ha ripreso a parlare.

Ma chi è in grado di ascoltare? Quante volte, infatti, Dio ha parlato e nessuno ha prestato orecchi al suo dire!

Il testo evangelico di Mc ci ricorda che può ascoltare solo chi è iniziato alla parola di un altro. Ma perché questo accada, il sordomuto deve essere allontanato dalla folla. La folla è la personificazione del “si dice”, di un parlare generico e impersonale che tante volte finiamo per fare nostro senza alcun discernimento. Si tratta di quel rumore di fondo che impedisce il faccia a faccia, l’unico antidoto per uscire dall’angoscia dell’isolamento.

Non tutte le parole, però, hanno il potere di rompere la sordità e sciogliere la lingua di chi non sa parlare. Chi porta quell’uomo a Gesù, si fa carico della sua situazione ma non è in grado di provvedere. È la tipica condizione di chi intravede il bene ma non riesce a compierlo. È necessaria la parola di uno che parli al cuore, una parola che come quella degli inizi (quando Dio disse: “Sia la luce, e la luce fu”), fa essere l’altro ordinando e distinguendo, assegnando a ciascuno il suo posto e la sua unicità. Una parola dominata, una parola mite. Era questo, infatti, il dominio assegnato da Dio all’uomo quando lo aveva creato maschio e femmina: una parola dominata in grado di fare spazio all’altro così da permettergli di esprimersi e di dirsi. Ma sappiamo dal seguito dell’antico libro, che l’uomo non è stato in grado di onorare il progetto di Dio: da subito, infatti, proprio per l’incapacità di usare una parola dominata, fa capolino l’incomprensione e la menzogna finisce per avere la meglio tanto da arrivare persino alla confusione delle lingue.

Per questo sarà necessario portare in disparte il sordomuto: è necessario che ascolti non un suono qualsiasi ma una parola vera, quella che mentre dice fa essere. Mentre si rivolge a lui, non gli impartisce alcun insegnamento, solo gli dice: apriti, parla. Non gli importa cosa dirà, gli interessa solo che parlando dica se stesso e accetti di entrare in relazione. Quell’uomo deve accettare l’unica cosa che Dio chiede all’uomo: fidarsi e affidarsi. È il miracolo della fiducia.

Questa pagina di Mc è tutta intrisa di fiducia: c’è la fiducia di coloro che conducono l’uomo da Gesù. Poiché si fidano, non temono di affidarsi alle mani di uno più capace di loro. C’è poi la fiducia di Gesù che si fida di Dio e si affida a lui nel gesto di sospirare e di guardare il cielo. Ma c’è anche la fiducia di Gesù nelle risorse del sordomuto. Cosa c’è, infatti, in quell’appello ad aprirsi se non la fiducia che egli sia in grado di compiere il passo che finalmente può portarlo fuori da quella gabbia di incomunicabilità? Quell’uomo, infatti, avrebbe potuto rifiutarsi.

“Ecco il vostro Dio”, ci ha ripetuto il profeta Isaia.

Il segno che ci troviamo di fronte al vero Dio è il fatto che egli restituisca parola all’umano facendogli spazio. Suo desiderio è che l’uomo accetti la fatica di dirsi e di esprimersi nella sua unicità e nella sua diversità.

Se volessimo ridire con parole più attuali il perché Dio ci abbia voluti creandoci, potremmo affermare che il suo desiderio è che fossimo suoi interlocutori in un dialogo in cui egli parla non per essere obbedito, anzitutto, ma amato.

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