Non bypassare l’umano – XXI domenica del T.O.

croce2E dire che era cominciato tutto così bene… La bella generosità di un ragazzo che aveva messo a disposizione di Gesù il poco che aveva, aveva permesso al Maestro di prendersi cura della fame di un intero popolo. Proprio quel gesto di condivisione era stato l’occasione per Gesù di rivelarsi come il cibo vero di cui avere fame, l’unico in grado di saziare la fame che attraversa il cuore di ogni uomo. E invece? Accade che quel discorso diventa la causa della defezione di molti. Un giorno di grandi defezioni quel giorno. Ma cosa c’è in quel voltargli le spalle? Delusione, malcontento, pretesa? E chi resta, perché resta?

A questo punto ci si aspetterebbe che Gesù abbassi il tiro e rilanci l’offerta, ma niente di tutto ciò: non gioca a ritrattare l’abbandono dei suoi. L’amore, quando è vero, si esprime come fedeltà al bene non già al voler compiacere l’altro a tutti i costi. Non è possibile stare con lui in modo superficiale: se accetti di rimanere devi mettere in conto di essere coinvolto nella sua vicenda.

Il lungo discorso sul pane di vita è lì ad attestare che non si ha accesso a Dio se non assumendo l’umano, così com’è: è questo il cuore della nostra fede. Non sarà forse l’umano nei suoi aspetti di vulnerabilità la chiave per avere accesso alla vita stessa di Dio? “Ho avuto fame e mi hai dato da mangiare, ero forestiero e mi hai accolto, ero malato e sei venuto a trovarmi”: la fragilità umana riconosciuta e accolta (la carne del Figlio dell’uomo), il lasciapassare per la vita vera.

Era stato facile mettersi sui passi del Maestro finché si era alla ricerca di qualcosa che nutrisse il corpo: tanti lo cercavano perché segnati dalla malattia, da un bisogno concreto, da un problema da risolvere. Non altrettanto facile allorquando egli aveva chiesto di lasciarsi coinvolgere da qualcosa che toccasse il cuore e l’orientamento dell’esistenza.

La durezza del linguaggio non riguardava tanto l’incomprensibilità delle parole usate da Gesù, quanto il fatto che si possa avere accesso a Dio solo se non si bypassa l’umano. Quando una cosa è dura, si sa, è difficile da masticare, ci vuole fatica ad ammorbidirla. Ecco il motivo dello scandalo di allora e di sempre. È l’umano a farci indietreggiare: finché ci si trovava di fronte a un segno prodigioso come l’aver sfamato la fame di tanti con il poco di un ragazzo, nulla da eccepire. Il problema era la pretesa avanzata da quell’uomo la cui identità era ben nota: da che mondo è mondo, l’accesso al divino si ha per altre vie di iniziazione che nulla hanno da spartire con un quotidiano di cui conosco e misuro limiti e possibilità. È lì che fa capolino la crisi, a Cafarnao quel giorno, a Tramutola oggi. Come è possibile ottenere vita da ciò che non ha i caratteri dell’evidenza, della prestanza, della forza? Non è forse vero che scartiamo a priori tutto ciò che non si impone secondo criteri di plausibilità?

Ripenso a tutti i momenti in cui il Signore ripete a me: “Vuoi andartene anche tu?”.

Tante le occasioni in cui risuona questa domanda decisa e dura: quando, provato dalla stanchezza, non riesco più a pregare; quando, attraversato dalla delusione, non ho più fiducia nei miei confratelli o nei miei colleghi; quando, ferito dal tradimento, non credo più nell’amicizia; quando, sorpreso dalla facilità con cui si usano certe parole, non riesco più a dare peso alle cose dette da qualunque parte mi vengano rivolte; quando, dopo avercela messa tutta, noto che è più facile ripiegare verso proposte a ribasso; quando non riesco a riconoscere la parola racchiusa nella mia e nella altrui fragilità; quando mi scandalizza un momento di malattia o mi opprime l’esperienza di un lutto; quando mi ritrovo a ricadere nelle pastoie di sempre; quando inseguo miraggi che vorrebbero distogliermi dalla fedeltà al qui e ora della mia storia; quando fatico a stare a contatto con la carne dei fratelli a me affidati. È facile in simili frangenti patire lo stesso scandalo di quel giorno a Cafarnao: conosco anch’io la durezza di quel linguaggio e la tentazione di fare marcia indietro e lasciare che le cose facciano il loro corso ma senza di me. Oppure, di restare ma con l’animo e il cuore di Giuda che non ha il coraggio di andarsene. Può accadere anche questo, infatti.

Poi ripenso a Pietro. Come vorrei avere la sua fiducia, quanto vorrei salvarmi in calcio d’angolo come lui mentre ripete: “Da chi vado, Signore? Fatico ad accogliere ciò che mi chiedi ma so che è l’unica strada se non voglio ritrovarmi a mendicare parole e gesti che non hanno la forza di rimettermi in cammino. Aiutami a comprendere che è da insensati mollarti quando la vita mi mostra un volto sfigurato che non attira affatto il mio sguardo e non seduce più il mio cuore. È vero: a volta non ci capisco niente, ma mi fido di te”.

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Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».

Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».

Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».

Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.

Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.

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