Carriera a rovescio – Pellegrinaggio parrocchiale SS. Crocifisso di Forenza

Crocifisso Forenza“Svuotò se stesso assumendo una condizione di servo …”.

Il non ovvio di Dio. Ecco di cosa ci narra il mistero di questo Crocifisso che oggi contempliamo davanti ai nostri occhi.

Abbiamo fatto non poca fatica ad accettare che Dio, nel mistero dell’incarnazione, non mantenesse le distanze con l’uomo ma accettasse di prendere per sua dimora la terra, la nostra terra. Tuttavia, ci saremmo almeno aspettati che esibisse credenziali divine, quelle che si addicono a un Dio. E invece egli entra nel mondo varcando la soglia dell’umano, un umano, affatto generico e tanto meno quello più idoneo a incontrarsi con il divino. Non sceglie una simile rotta.

A lui non si addicono titoli di onore. Prende per sua dimora la nostra terra dalla parte del servo. Secondo un proverbio rabbinico “il cane è più onorato dello schiavo”. Nel gesto della lavanda dei piedi Gesù assumerà neppure l’identità dello schiavo ebreo ma quello dello schiavo straniero, l’unico che era tenuto a lavare i piedi al suo padrone.

Un Dio capovolto, rovesciato, dunque: “Svuotò se stesso assumendo una condizione di servo …”. Il non ovvio di Dio. Eppure da che mondo è mondo Dio non è il servo di nessuno, semmai è il Signore di tutti. Sembrerebbe, agli occhi nostri, il raggiungimento di un notevole grado di maturità poter rivendicare di non dover essere soggetti ad alcuno. E il gesto di Gesù è lì a dirci, invece, che è travisamento dell’evangelo. Nella vita, prima, nel cenacolo, poi, il primo prende il posto dell’ultimo, il capo serve, l’unigenito Figlio di Dio l’ultimo tra i fratelli.

“Sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani”: il Padre conferisce a Gesù un potere senza limiti e ora che uso ne fa? Un giorno, nella pagina delle tentazioni, gli era stato suggerito di usare di quel potere per sottomettere. Sarebbe stato ovvio e degno di un Dio da che mondo è mondo. E invece – ecco il non ovvio di Dio – non usa quel potere per essere finalmente libero da qualsiasi assoggettamento, ultimo quello della morte, ma usa la libertà di cui dispone per trasformare la sua vita in obbedienza.

Una carriera a rovescio: dall’uguaglianza con Dio all’umanità, dall’umanità ad uno stile di servizio, da uno stile di servizio alla morte in croce. L’umanità non è stata assunta per scherzo. Non ha preso dell’esistenza umana solo qualche aspetto sopportabile ma l’ha assunta nella sua condizione di limite.

Non possiamo non riconoscere che questo è uno di quei tratti di Gesù che ben poco ha fermentato le nostre comunità e ancor meno ha sprigionato le sue straordinarie potenzialità.

Che cosa voleva esprimere Gesù con quel suo farsi servo? Non era coreografia quella di Gesù, non accademia.

Chi è il servo? Il servo è l’uomo di un altro. Certo, nessuno può rivendicare un altro come sua proprietà. Ma in quella che immediatamente potrebbe sembrare una aberrazione è racchiusa una profonda verità: tutti, in effetti, siamo uomini e donne di altri e ciò che più ci lega gli uni agli altri è il servizio reciproco. Nessuno è per sé, siamo tutti altrui. Ben a ragione Bonhoeffer diceva di Gesù che è l’uomo per gli altri: il crocifisso. Sono venuto per servire, non per essere servito. Stare nella vita da servo significa allora stare nella vita riconoscendo di non appartenersi. Uomini e donne degli altri: apparso in forma umana, umiliò se stesso assumendo la condizione di servo…Non per schiavitù ma per amore, non per resa ma liberamente: nessuno mi toglie la vita; sono io che ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo.

La struttura di fondo della vita umana è un essere per… Non è l’autoaffermazione a salvarci ma l’entrare nella dinamica del dono. Che cosa sarebbe stata la nostra vita se qualcuno non avesse accettato di essere per noi, di noi sin dal primo istante della nostra esistenza? Non ci sarebbe stata esistenza. E tuttavia sappiamo quanto ben presto noi finiamo per annientare in noi questa consapevolezza fino a rivendicare diritto di proprietà esclusiva su noi stessi. A volte fino a mortificare l’esistenza.

Dio, invece, sceglie di farsi servo: per farci conoscere che è possibile stare nella condizione umana da un altro punto di vista. Non mettendo al centro se stesso, ma l’altro, l’uomo, l’altro con la sua storia: Giuda, Giovanni, Pietro, Tommaso… Cosa significa amare se non riconoscere che il centro di me stesso non è in me ma nell’altro?

Farsi servo: la dismisura dell’amore che può sorprendere tanto da sentire il bisogno di difendersi. Non è facile riconoscere la propria vulnerabilità: Signore, non mi laverai mai i piedi, protesterà Pietro.

Accettare che Dio si metta ai miei piedi manifestando un amore senza infingimenti e senza condizioni: ecco dove nasce la possibilità di una vita cristiana, da un amore ricevuto in maniera incondizionata. Finché non acconsentiremo a che il Signore ci tocchi nella nostra vulnerabilità non vivremo mai un’esperienza di comunione.

Sostare davanti alla Croce, ovvero accogliere il non ovvio di Dio.

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