Che cosa devo fare? – Esequie Guido Lombardi

Mentre prendiamo congedo dal nostro fratello Guido, la liturgia ci riconsegna alcune delle domande che più manifestano l’insoddisfazione di fondo che accompagna non poche nostre giornate: Che cosa devo fare…? Che cosa mi manca?

Viene per tutti il momento in cui ci si chiede che cos’è che conta davvero nella vita, per che cosa vale la pena affannarsi, lavorare e soffrire. Non sempre, tuttavia, la sincerità della domanda va di pari passo con la disponibilità a mettersi in gioco per ciò che ci potrebbe venire indicato come l’unico modo per gustare una vita felice.

È il caso di quel tale del vangelo che nonostante i beni a disposizione e la sua religiosità porta con sé una insoddisfazione di fondo: nella direzione in cui ha cercato finora non sembra risieda la via per avere la vita piena. E – come è tipico di tutte le persone religiose e per di più ricche – è convinto che nella misura in cui riesca ad aggiungere qualche nuova pratica religiosa, forse, finalmente potrebbe riposare al sicuro. Quest’uomo attesta come ricchezza e religione non diano felicità: infatti, qual è il meccanismo che ricchezza e religione innescano? Quello del non essere mai sazi: due realtà che continuamente chiedono un ulteriore pedaggio. Ho ottenuto 1000, se però riuscissi ad ottenere 1100… Ho detto un’Ave Maria, se però ne riuscissi a dire qualcuna in più… chissà, il Signore sarebbe più contento. Questa è la psicologia di quel tale. Quella di un praticante, di un religioso, non certo quella di un credente.

Gesù è in cammino verso una meta che lo metterà a dura prova, la croce, luogo della totale offerta di sé; quel tale corre verso di lui con l’intento di raggiungere la vita eterna.

Se medesimo è l’obiettivo – l’esperienza della vita piena – diverso è il modo di perseguirlo: per Gesù consiste nello spogliarsi di tutto ciò che poteva ritenere un tesoro geloso, per l’altro in uno stile di conquista (che cosa devo fare per ereditare…?). L’uomo ricco cerca nel “religioso” più un luogo di assicurazione che di conversione. E così anche la religione – oltre che la ricchezza – riveste per lui un potere di acquisto.

In mezzo c’è un ostacolo insidioso che è rappresentato, in questo caso, dalla ricchezza, meglio sarebbe dire, dal proprio. Il proprium impedisce il cammino: non a caso Francesco d’Assis parlerà di sine proprio. Non che le ricchezze siano negative ma l’uso che se ne fa è negativo. Quel tale si era identificato con i suoi beni: lui era i suoi beni e da possidente era diventato posseduto. Le cose ci rassicurano contro la paura del futuro e, perciò, della morte.

Gesù scorge in quel tale una prima disponibilità e perciò vorrebbe introdurlo in una diversa prospettiva: passare da ciò che egli deve fare per Dio a riconoscere ciò che Dio sta già facendo per lui. La fede è lasciarsi raggiungere e accompagnare dallo sguardo di amore di Dio verso di me. Questo è ciò che mancava a quel tale. Per Gesù ciò che fa la grandezza di una persona non è il suo potere di acquisto ma la sua capacità di relazione.

Va’, vendi, dallo, vieni e seguimi: non è la proposta di una particolare scelta di vita ma la richiesta avanzata a chiunque voglia mettersi alla sua sequela. Ciò che Gesù chiede a tutti è la disponibilità a non identificarsi più con i propri vincoli economici, biologici o culturali perché solo questo è ciò che consente di guardare la vita così come la guarda Dio.

La proposta di Gesù non è tanto quella di gettar via i propri beni quanto di trasformarli in qualcosa da condividere con chi ha meno. La ricchezza condivisa si moltiplica: quando gli uomini sono capaci di trasformare i loro beni in dono condiviso, la vita diventa abbondante per tutti.

Sentiti responsabile della felicità degli altri e Dio si farà garante della tua.

La possibilità di accettare quanto Gesù propone è tutto in quello sguardo che egli riserva a quell’uomo. Ma per lui c’è qualcosa che vale più di quello sguardo e non è disposto a rinunciarvi.

E a me che cosa manca? Che cosa mi impedisce di riconoscere quello sguardo?

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