Un cibo vale l’altro? – XX domenica del T.O.

paneLa vita fisica, com’è a tutti noto, abbisogna di nutrimento per alimentarsi, crescere, svilupparsi, sostenersi. È noto, poi, che un cibo non vale l’altro: c’è cibo e cibo. Ci sono alimenti che sebbene gradevoli, per taluni possono addirittura diventare fatali: provate a dare dei dolci ad un diabetico! È necessario, quindi, un sano discernimento nonché una sana ascesi per non ritrovarsi a fare i conti con ciò che se può allettare il gusto, poi diventa motivo di soffocamento e di morte.

Non diversa la vita spirituale: abbisogna anch’essa di alimentarsi. Se, però, nella vita fisica il morso della fame induce a portare alla bocca quello che troviamo dinanzi, nella vita spirituale, può accadere di non prendersene più cura e lasciare che il nostro cuore (la nostra anima, la nostra persona), si denutrisca ogni giorno di più.

Di che cosa mi nutro, allora? Di nulla? Può accadere o può accadere quello che ci ricorda la pagina dei Proverbi nel farsi interprete del bisogno/desiderio dell’uomo di avere un cibo che risponda alla sua fame. Non esiste un unico modo per soddisfare la propria fame. Ce ne sono almeno due, attestano i Proverbi: sono due donne che si offrono come maestre per gustare la vita, Donna Sapienza e Donna Follia.

Sapienza e Follia sono due modi di concepire la vita e perciò due modi di orientare decisioni e scelte. L’uomo è posto di fronte ad esse come di fronte a due realtà antitetiche.

C’è una cosa che però le accomuna ed è l’immagine del banchetto. Entrambe, infatti, preparano un banchetto come luogo di incontro e di comunicazione. Entrambe, cioè, prima di iniziare l’insegnamento vero e proprio, intendono creare una familiarità proprio attraverso il sedere a mensa insieme.

Ciò che le differenzia è il cibo. La Sapienza, infatti, offre carne e vino, la Follia pane e acqua. Inoltre, mentre la Sapienza va in cerca degli invitati, la Follia, rimane seduta sulla soglia di casa.

L’invito si ripete per noi oggi: Venite mangiate il mio pane…

A ripetercelo è Gesù stesso, la Sapienza fatta carne: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo… non avete in voi la vita”.

Come può un uomo concreto, impastato di fragilità e di limite come ciascuno di loro, dare se stesso come cibo, si chiedono stupiti gli interlocutori di Gesù?

Finché si trattava di mangiare il pane che condiviso si moltiplicava, tutto filava liscio. Ma ora che il discorso si fa più stringente e coinvolgente, l’obiezione non tarda ad arrivare. Nonostante ciò, Gesù rincara ancor più la dose: non c’è altra strada per avere la vita non attraverso di me. Caspita: questione di vita o di morte.

Per nutrire il proprio cuore (la propria anima, la propria persona) non è solo questione di fare una buona comunione: in fondo cosa ci costa metterci in fila e prendere in bocca un’ostia? Inoltre, per quanto una messa possa essere noiosa, se becchi il prete ingamba, passa anche velocemente! Stando a Gesù, però, pare non si tratti di questo. Per fare esperienza della vita vera (eterna), non si può fare a meno di nutrirsi di lui.

Ma cosa significa nutrirsi di lui? Significa lasciarsi assimilare a lui proprio come quando mangiamo. Il cibo, infatti, diventa parte di noi stessi.

Tale assimilazione, quando è vera, genera per noi la stessa disponibilità ad assumere i criteri di vita del Figlio di Dio. Immette in noi lo stesso dinamismo dell’amore che si manifesta in quattro modi:

  • usque ad verbum (fino alla parola). Non è forse vero che quando vogliamo bene a qualcuno noi abbiamo bisogno di manifestarglielo mediante la parola? Abbiamo bisogno di dire: ti voglio bene, ti amo. Anche Dio che pure aveva già donato all’uomo la vita, aveva messo a sua disposizione l’intero creato, ha sentito il bisogno di parlargli per mezzo dei profeti, prima, e del Figlio, poi. Conosciamo tutti cosa voglia dire togliere la parola a qualcuno: è la morte. “Se tu non mi parli io sono come chi scende nella fossa”, recita il Salmo;
  • usque ad carnem (fino alla carne). Quando l’amore è vero, però, non si accontenta di una dichiarazione verbale: esso si fa tangibile, concreto, non tiene mai le distanze, si coinvolge, diventa un tutt’uno con l’amato;
  • usque ad crucem (fino alla croce). Tuttavia, neppure il diventare una cosa solo con l’altro è l’apice dell’amore: esso deve arrivare a mettere in conto la pura gratuità, a permanere anche qualora dovesse subire l’umiliazione da parte di colui che ami;
  • usque ad panem (fino al pane). C’è, però, ancora uno stadio dell’amore vero, quando tu diventi pane, ossia nutrimento, cibo, sostegno per la fragilità dell’altro.

Questo è quello che ha vissuto il Figlio di Dio, questo è quello a cui sono chiamati i figli di Dio che si nutrono di Cristo.

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