L’educazione dello sguardo – Assunzione della B.V. Maria

assunzioneCi è capitato di avere a che fare con qualcuno pronto a indicarci una meta da raggiungere o un obiettivo da perseguire e, tuttavia, non poche volte abbiamo poi provato la fatica del metterci in cammino perché non ci veniva indicata la strada. La festa dell’Assunzione di Maria non solo ci indica la meta da raggiungere ma ci mostra anche la strada da percorrere e quale compagna di viaggio portare con noi.

Certo ci spaventa quanto annunciato dall’Apocalisse: come fronteggiare quell’enorme drago rosso con sette teste e dieci corna che continuamente minaccia tutto ciò che di bello sta per nascere? Ci cogliamo impari di fronte al male che incalza e inghiotte la speranza. Quelle sette teste dicono, appunto, che non c’è alcun luogo al sicuro. Il terrore, non a caso, molte volte rende impotenti e induce ad adorare la bestia, ad umiliarsi per non correre rischi peggiori. Non è forse vero che, talvolta, per non essere più poveri si è disposti addirittura ad essere più schiavi?

Non abbiamo allora via di scampo? Davvero tutto ciò che di buono l’umano riesce a concepire è costretto ad essere inghiottito inesorabilmente dalla forza del male?

La festa dell’Assunzione di Maria ci annuncia che le cose non stanno così. Dio non cessa di rendere manifesta l’opera che può ridurre all’impotenza quell’enorme drago rosso. Ma qui è la sorpresa. Ci aspetteremmo che chi è forte sia vinto da qualcuno ancora più forte. Invece no: davvero l’opera di Dio è sconcertante. Il male non è vinto da una violenza più violenta della sua, non è ridotto in frantumi da un odio più implacabile del suo, non è ridotto all’impotenza da una prepotenza più spietata della sua, come invece saremmo portati a credere.

Dio non cessa di sconcertare: l’antidoto al male non è una forza ancor più dispotica dell’enorme drago rosso. Dio chiama una ragazza e fa appello alla sua fede. Per fronteggiare il male Dio non fa ricorso né ai percorsi dei superbi, né alla politica dei potenti, né all’intraprendenza dei ricchi.

Proprio Maria ci ricorda ciò che è adeguato a far sì che l’opera di Dio possa compiersi e ciò che non lo è. Dio depone i potenti dai troni perché chi governa con logiche mondane persegue solo progetti mortiferi, chi nutre il suo sapere e il suo pensare di presunzione e di astuzia, risulta insignificante e chi crede di poter trarre vantaggi persino dai disastri e dalle tragedie altrui, si ritrova ben presto a mani vuote.

Per Dio e per la sua opera sono adatti gli umili, coloro che sono capaci di una fiducia incondizionata e che continuamente si lasciano guidare dallo Spirito perché la gioia metta in movimento la vita nascente, proprio accade con Maria ed Elisabetta, donne che custodiscono la grazia di una vita impossibile: una è gravida senza concorso umano, l’altra quando il concorso umano ha esaurito le sue possibilità. Dio ha bisogno di uomini e donne capaci di spirito di servizio, uomini e donne disposti a fidarsi più della parola del Vangelo che della logica della forza e dell’efficienza, uomini e donne che non hanno ricette facili ma che nondimeno continuano ad affaticarsi per raggiungere la casa dove la vita sembrava impossibile. C’è per tutti “una cugina” da raggiungere.

Non occorrono le maniere forti né argini marcati col pugno fermo: occorrono i passi di chi sa stare diritto e non accetta di piegarsi pur di avere salva la vita. Occorre chi, ad ogni comprensione della realtà, sa dar seguito ad un viaggio che lo coinvolga in prima persona.

Tutte le volte in cui un uomo o una donna si lasciano mettere in piedi e in cammino dalla parola del vangelo, si compie l’opera di Dio, di un Dio che conta persino i capelli del mio capo.

Questa, allora, è a buon diritto la festa dell’educazione dello sguardo.

Ci educa a saper guardare in alto. È vero: non possiamo trascurare i nostri impegni né rinunciare alle nostre responsabilità, ma guai a richiuderci nello stretto orizzonte delle cose di questo mondo. Il rischio è di guardare in basso, solo in basso, lasciandoci fagocitare da un “io” che, ripiegandosi su se stesso tende ad assolutizzarsi e tutto misura secondo la logica della propria autoconservazione.

Guardare in alto non significa prendere le distanze dalla realtà e pensare in modo immaginifico come possa essere il cielo. Guardare in alto vuol dire leggere gli affetti dalla prospettiva di Dio, il lavoro come lo guarda Dio, le cose come strumento e mai come fine.

Ci educa, inoltre, a saper guardare attorno a noi, per comprendere i bisogni a volte inespressi di chi ci vive accanto e venire incontro alle loro necessità. L’altro non è, anzitutto, uno da cui prendere le distanze, ma uno verso cui affrettare il passo.

Ci educa, infine, a saper guardare dentro di noi e scoprire che Dio riversa fiumi di grazia e di misericordia verso chi non ha paura di consegnare a lui le sorti e le redini della sua esistenza.

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