L’umano che non basta – XIX domenica del T.O.

gesùCi seduce la ricerca dello straordinario, inutile dirlo. Ci affascina ciò che ha il carattere del sorprendente, del sensazionale, dell’appagante. Ci ammalia tutto ciò che ha niente da spartire con il già visto, il già conosciuto. È come se fossimo disposti a dare credito solo a ciò che è oltre l’umile misura delle cose, oltre il feriale, oltre il vicinato, oltre il banale. E così facciamo chilometri per poterne fare esperienza magari anche attraverso sentieri per nulla comodi. Per quanto patiamo chi scrive la storia solo dalla prospettiva dei vincenti, in realtà anche noi annovereremmo soltanto le pagine in cui siamo stati confermati nelle nostre mire di riuscita e di riscatto.

A volte, se non arriviamo a disprezzare il pane ordinario attraverso cui la vita si prende cura di noi, di fatto non ne teniamo alcun conto: noioso, ripetitivo, proprio come nauseante risultò la manna data da Dio nel deserto. Ci si stanca di tutto, non a caso. Ci si stanca del marito, della moglie, dei figli, del parroco, dell’amico, del lavoro, dello studio, di tutto ciò che non ha il carattere della brillantezza o che, subendo il logorio del tempo, ha perso lo splendore di una volta. Sì, il modo dimesso, ordinario e ripetitivo della vita ci fa arrestare se non addirittura arretrare. Dipendesse da noi, esso non avrebbe nessun diritto di cittadinanza. E così ci si ritrova come degli eterni adolescenti a ricercare l’ultimo ritrovato, sia esso un affetto o un oggetto, sia esso un altro dio o un’altra esperienza. L’umano non basta.

Non diversa dovette essere la situazione degli interlocutori di Gesù. Non a caso affermano: “Di lui conosciamo il padre e la madre”. Che credito puoi dare a uno che conosci e che non dispone di titoli da vantare o meriti particolari da esibire? gli avevano appena chiesto: “Quale opera compi perché possiamo crederti?”. Non è forse il nostro atteggiamento quando pretendiamo che l’altro debba continuare a stupirci, riducendo così la vita ad un eterno spettacolo? Chi più riesce a stupire, più ha credito.

La carne di quell’uomo era troppo ben nota perché potesse essere il tramite di una particolare rivelazione di Dio. Per questo, la diffidenza e la presa di distanza da Gesù, finiscono per avere libero corso come moneta corrente. Gli interlocutori di Gesù, proprio non riescono ad andare oltre l’apparenza.

La carne attraverso cui Dio continua a rivelarsi è fatta della pasta di cui sono fatte le nostre giornate. Noi, come gli interlocutori di Gesù, continuiamo a ricacciare ai margini come materiale di scarto proprio ciò che Dio più usa per farsi conoscere da noi mediante quell’azione misteriosa dello Spirito che tutti raggiunge nei modi più impensati.

Quando la realtà smentisce le aspettative, è la crisi. Una crisi, però, che letta dalla prospettiva di Dio, vorrebbe essere l’occasione per una diversa rielaborazione del proprio vissuto, letta, invece, dalla prospettiva dell’uomo è motivo più che valido per indirizzarsi altrove. La crisi è proprio l’opportunità perché impariamo una volta di più a non rifuggire gli aspetti di vulnerabilità e di limite di cui siamo fatti tutti quanti, se non vogliamo diventare collezionisti di continue illusioni.

Della vita, di Dio, degli altri, di noi stessi, saremmo tentati di prendere solo alcuni aspetti. Per questo, Prezzolini ripeteva: “Le religioni presiedono al commercio di Dio. Lo vendono a pezzi e a bocconi, a fette e a morselli, cotto, crudo e disossato, a credito e a contanti. Bisogna invece inghiottirlo tutto intero perché faccia bene: grasso e magro, ossa e polpa, pelle e ciccia. Bisogna inghiottirlo vivo e fresco… aprirsi tutti appena si scorge, aprir tutte le porte, quella volta è la buona, che è la prima e l’ultima”.

Dio va preso per intero e non secondo il grado di piacimento o di convenienza. Finché ha sfamato la loro fame, Gesù andava bene; nell’istante in cui chiede un passo in più, gli si presenta il conto. La sua presenza non era l’antidoto a come provvedere al pane di ogni giorno come ingenuamente essi credevano. Nutrirsi di quel pane, nutrirsi di questo Pane, è soltanto per farci imparare “l’arte di vivere come lui”.

La fede non è mai una scelta immediata. Talvolta, a ripensare alla vicenda degli apostoli e dei contemporanei di Gesù, verrebbe quasi da pensare che, rispetto a noi, essi furono fortunati potendolo vedere con i loro occhi e ascoltare mentre annunciava il vangelo. Stando, però, a quello che riporta oggi Gv, le cose andarono diversamente: quell’uomo rappresentava quasi un impedimento rispetto al loro immaginario su Dio. Forse che per noi le cose funzionano diversamente? Forse che le parole del Signore trovano pronta eco nei nostri cuori? Forse che ci fidiamo di quei modi talvolta tanto contraddittori attraverso i quali Dio guida la storia? Ripenso alla fatica di Elia il quale è costretto dagli eventi a mutare sguardo su Dio, sulla storia, su di sé, e a che prezzo! Arriva persino a desiderare la morte: “Ora basta, Signore”. Quando la realtà eccede le tue aspettative, solo la morte sembra essere l’unica via di scampo. Non a caso Elia sceglie il deserto che immediatamente richiama la non vita. Eppure, proprio quel luogo è l’occasione attraverso la quale il Signore farà comprendere al profeta che Dio si rivela sempre sub contraria specie, mediante il suo contrario. Dio si prenderà cura di lui attraverso il segno povero del pane: Elia, però, dovrà fare la fatica di alzarsi per prenderlo.

San Giovanni della Croce, indicando il Crocifisso, mette sulle labbra del Signore queste parole: “Fissa lo sguardo su lui solo: in lui ti ho detto e dato tutto. Vi troverai molto di più di quanto cerchi e desideri”. A me basta?

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