La grandezza della fede – Sabato della XVIII settimana del T.O.

A rischio di vacillare… sempre così è la fede. Tanto più quando davanti a noi cogliamo solo i segni della devastazione, della impossibilità a sperare qualcosa di diverso, di nuovo.

”Soccombe – sosteneva Abacuc – chi non ha l’animo retto”. Si arrende chi non ha più qualcuno a cui rinnovare il proprio credito di fiducia. Ho ancora qualcuno a cui dare fiducia?

Per questo la parola di oggi ci annuncia che proprio quando tutto sembra portare i caratteri di una solenne smentita, proprio quella è l’ora della fede, l’ora in cui non smettere di cercare e di intravedere le strade che la speranza può ancora percorrere, i luoghi in cui non si è giunti a maledire Dio, l’ora in cui riportare alla memoria la promessa di Dio.

Chi ha fede resta saldo, non si arrende, anche se consapevole di stare nella vita come Davide contro Golia, solo con cinque pietruzze in mano.

Forse, troppo spesso, frequentiamo piuttosto i luoghi in cui il linguaggio (e dunque il modo di vedere le cose) è ritmato da espressioni come queste: è impossibile… è sempre stato così… Sono i luoghi in cui non c’è spazio per dare credito alla promessa di Dio. Sono i luoghi in cui più volentieri la vita è gestita secondo stratagemmi umani.

La fede, invece, quella che ci tiene in piedi, ci spinge a farci discepoli dell’impossibile: tutto è possibile a chi crede. Se rimaniamo prigionieri unicamente del possibile, si muore. Cosa sarebbe delle nostre relazioni se non osassimo ancora l’impossibile? Senza la fede, infatti, si muore di dolore. Ben a ragione sant’Agostino scriverà: “ciò che non vedo lo credo, credendo lo amo, e amando lo vedo”.

Se aveste fede…

La fede non la misuri come si potrebbe fare con un patrimonio. I discepoli la davano per scontata e si ritrovavano puntualmente smentiti da un Maestro che non riuscivano più a comprendere secondo quel patrimonio. Mentre, invece, la fede è qualcosa che va sempre da capo decisa. Qui, ora.

La fede non è mai una quieta accettazione delle cose, ha nulla a che vedere con la rassegnazione di fronte a ciò che noi leggiamo come fato o destino. Secondo la proposta del Signore Gesù arriva persino a sconvolgere l’ordine del creato: come si fa a far spostare un monte? Eppure, la fede può operare l’impossibile. Là dove una situazione vorrebbe inchiodarti alla sua valenza negativa, la fede riesce a cogliere la grazia che può portare con sé anche la situazione più buia. Anche là dove – come a una pianta – ti verrebbe a mancare la terra della sicurezza a cui abbarbicarti con tutte le forze, anche là la fede non perde il suo vigore. Là dove senti che la tua vita naviga sull’incertezza dei flutti e una immensità senza confini ti fa paura, la fede crede che egli verrà sulle onde, anche nel cuore della notte. E non sarà un fantasma.

È la fede che non rincorre prodigi spettacolari ma compie il prodigio quotidiano di un amore che non vien meno; è la fede che se non ferma la violenza, tuttavia non si arrende; è la fede che anche se rapine e contese imperversano, non si piega. Nella consapevolezza che ciò che tarda verrà (Ab 2,3).

Quale fede dunque? Non la fede dei fondamentalismi di ogni specie né quella degli integralisti di ogni religione e neppure quella scialba di chi si defila quando qualcosa è fuori programma. Non una fede tronfia e arrogante, ma simile a un granellino di senapa. Una fede capace di servizio che mai si arroga il diritto di farla da padrona. La misura della tua fede, infatti, è lo stare nella vita servendola.

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