Mai a spalle vuote – Esequie Costanza Russo

La lunga esistenza di Costanza si è conclusa ieri pomeriggio, nel giorno in cui la Chiesa ricorda un mistero di luce, di rivelazione. Ieri, infatti, abbiamo celebrato la festa della Trasfigurazione del Signore. Ai discepoli tramortiti dalla prospettiva imminente della sua passione e morte, Gesù aveva offerto la possibilità di guardare le cose da un’altra prospettiva, quella della fine, appunto. Li aveva portati sul monte e lì, davanti ai loro occhi, il suo volto aveva iniziato a cambiare aspetto e le sue vesti erano diventate bianchissime come non mai, a voler significare che l’esperienza della passione sarebbe stato il tramite necessario attraverso cui passare per giungere a quel traguardo di luce.

L’esistenza di Costanza è stata un’esistenza dimessa, quasi appartata all’ombra della sua famiglia. Non ha conosciuto la gioia di una famiglia tutta sua ma ha conosciuto l’affetto dei suoi cari. Proprio questa sua vicenda di nascondimento, quasi, ci dice che ai fini dell’economia del mondo non sempre a far la differenza è ciò che appare, è sulla scena. Il più delle volte, a far la differenza è proprio il tessere nascosto e quasi solitario di chi umilmente porta avanti un quotidiano che non conoscerà mai l’onore della cronaca.

Credo sia significativo che il Signore della vita l’abbia chiamata a sé proprio nel giorno in cui siamo chiamati a guardare le cose nella giusta luce, il giorno che riscatta non solo i momenti fatti di silenzio o di nascondimento ma persino quelli più contraddittori e drammatici. Il Signore che conta tutti i nostri giorni, segue con amore i nostri passi, raccoglie nel suo otre lacrime e silenzi, paure e smentite.

Dio non lo si segue mai a spalle vuote, ci ripete oggi il vangelo: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

C’è un rischio, ci ripete ancora, quello di smarrire il senso del proprio esistere qualora si smarrisca uno stile di vita conforme al vangelo. Immediatamente ci sembra di aver accumulato profitti quando, finalmente, siamo stati in grado di preservare la nostra vita da eventuali rischi.

Dipendesse da noi, non vorremmo mai scegliere e se pure dovessimo farlo, guai a mettere in conto un’eventuale rinuncia.

Dipendesse da noi, vorremmo anestetizzarci rispetto a qualsiasi forma di dolore e, ancor più, di perdita.

E, tuttavia, proprio nel tentativo di risparmiarci simili momenti, finiamo per non conoscere mai la gioia di un’esistenza che si fa carico di qualcuno o vibra per qualcosa di vero cui sacrificare ogni cosa. Tutte le volte che in modo quasi spasmodico metti le mani sulla vita nel tentativo di cristallizzarla, l’hai bell’e persa: hai smarrito il senso stesso dell’essere al mondo. Proprio la tentazione del non voler mai perdere e del non voler mai rinunciare, diventa la tomba in cui lasciamo morire ciò per cui siamo fatti.

Qual è il problema? Il problema risiede nel ritenere che se la meta verso cui siamo incamminati è una esistenza felice, tutto ciò che ha a che fare con la fatica del cammino, l’impegno, la capacità di tenuta, la stanchezza, i ritardi, è letto come il segno che non abbiamo intrapreso la strada giusta.

Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? 

Niente è più importante della propria anima, cioè della persona: potere, denaro, idee, progetti, nulla è più importante.

Cosa c’è dietro questa domanda di Gesù se non l’invito a prendere coscienza di essere fatti per qualcosa di più grande che non può essere ridotto all’affannosa ricerca della soddisfazione di bisogni pure necessari? È come se Gesù dicesse: “Guardati dentro; prendi coscienza di quello che sei e di ciò a cui sei chiamato: sei fatto per altro, sei fatto per Dio, per questo nulla e nessuno al mondo potrà mai bastarti”. Proprio queste parole rivelano tutta le tenerezza e la passione del cuore di Cristo per l’umanità: non barattare il tuo essere fatto per Dio con pochi spiccioli.

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