Al di là della figura – Prepararsi alla festa della Trasfigurazione

TransfigurationePerché il monte?

Il monte è un luogo non ufficiale. Non si tratta, infatti, di un tempio né di una sinagoga ma di un luogo dove è ammessa e riconosciuta la diversità dei linguaggi, dove è possibile leggere la vita, la storia, Dio stesso non a partire da categorie precostituite. Salire sul monte significa lasciarsi sospingere in luoghi non ufficiali.

Un monte alto… Interessante: perché l’intuizione, il sogno non siano soffocati dall’asfissia dei giorni della pianura, quando lo sguardo non riesce a levarsi dal frammento, dal segmento, dal particolare, dal contraddittorio, quando la visione si restringe.

Salire sul monte per Gesù non equivale – come invece per Pietro – ad assecondare la tentazione di ricercare un comodo riparo rispetto alle contraddizioni della storia. Per Gesù, infatti, salire sul monte significa sottrarsi alla cattura delle immediatezze, non pretendere di far coincidere la realtà con quello che di essa posso aver colto o sperimentato.

Salire sul monte equivale poi a superare la tentazione di ridurre Dio a ciò che di lui immaginiamo con la pretesa che Dio coincida con ciò che di lui siamo riusciti a comprendere con le nostre definizioni.

Accettare di salire sul monte significa, inoltre, esprimere la disponibilità per nuove partenze, stare permanentemente in un atteggiamento di esodo, proprio come Abramo, il quale partì senza sapere dove andava (Eb 11…). Comprendiamo, così, come accettare di lasciarsi portare sul monte non sia una variabile irrilevante per la vita cristiana ma una necessità: smettere la presunzione di avere Dio in tasca.

Cosa accade sul monte?

Immediatamente saremmo tentati di leggere la trasfigurazione con le categorie del miracoloso, dello straordinario, qualcosa che non ha nulla a che vedere con la condizione ordinaria della nostra vita. Eppure non è anzitutto così che va intesa. Essa non è neppure l’occasione perché una volta di più Gesù faccia comprendere ai suoi discepoli chi egli è realmente.

La trasfigurazione, infatti, è quella esperienza grazie alla quale Pietro, Giacomo e Giovanni intuiscono che Gesù, il Figlio di Dio, è uno che sta nella storia accettando di ripercorrere il cammino proprio di ogni uomo, bisognoso anch’egli di entrare in dialogo con Mosè e con Elia, con la legge e con la profezia. Se da Mosè Gesù apprende la necessità di non ricercare una salvezza individuale, privata, ma di popolo, da Elia impara la capacità di non spegnere le passioni del cuore quando un intero popolo si perverte. Da entrambi – mi pare – Gesù si sente confermato nel proseguire il suo cammino anche se ostacolato, spesso non chiaro. L’ostacolo, il fraintendimento, il contraddittorio di cui pure facciamo esperienza non spenga il sogno e la promessa.

Mi fa pensare non poco che l’esperienza della trasfigurazione sia simultanea al dialogo con Mosè ed Elia. La luce viene dall’ascolto di testimoni. Esperienza, dunque, non circoscritta al solo Gesù ma ad ogni uomo nella misura in cui accetta di entrare in dialogo non più con Mosè ed Elia ma con la vicenda umano-terrena di Gesù di Nazaret: Ascoltate lui, chiede la voce del Padre. Accade anche a noi e più di una volta di ritrovarci con una particolare intuizione del cuore che ridona un senso nuovo a ciò che stiamo vivendo quando proviamo a dare credito alla parola del vangelo.

Sul monte si impara ad andare al di là della figura (secondo il significato etimologico di trasfigurare). Si apprende come proprio nelle pareti spesse della realtà è possibile scorgere raggi di luce che filtrano. Ma è necessario, perché ciò accada, frequentare luoghi, persone che ci aiutino ad andare oltre la figura. Che cos’è mai – mi chiedevo – questo nostro venire di settimana in settimana a riaprire il libro santo delle scritture se non un attingere sguardi nuovi che ci abilitino a scorgere l’oltre di ogni realtà?

Sul monte si sale per poi ridiscendere, per creare comunicazione tra l’intuizione, il sogno, lo sguardo profondo e la realtà. Ridiscendere significa preferire la storia, anche se vincolata a contraddizioni spesso sgradevoli, rifuggendo la tentazione di evitare un mondo scomodo e impegnativo per rimanere con Gesù. Una storia che a volte si presenta a noi proprio “come se Dio non ci fosse”. Una storia nella quale Dio non dispiega con evidenza i segni della sua presenza ma continuamente indica lo spogliarsi, l’espropriarsi come unico modo per starci.

“Dio vuole entrare nel mondo che è suo, ma vuole farlo attraverso l’uomo: ecco il mistero della nostra esistenza, l’opportunità sovrumana del genere umano!” (M. BUBER, Il cammino dell’uomo, pp. 63-64).

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