Quando Dio non basta – XVIII domenica del T.O.

paneAveva sfamato cinquemila uomini senza contare le donne e i bambini. Era ovvio che la folla provasse ammirazione ed entusiasmo. Come darle torto? Accade anche a me: resto stupito e approvo chi nella vita da risposte concrete. Eppure, Gesù non vuole che si fermino a una lettura superficiale di quello che era accaduto durante il bivacco sull’erba. Ben altro è ciò di cui egli vuole metterli a parte, per questo li invita a non accontentarsi di qualcosa che può darti solo un po’ di energie per compiere qualche passo: occorre darsi da fare per avere ciò che assicura la vita vera, anche quando la stanchezza dovesse fare capolino.

È vero: puoi aver mangiato a volontà ed essere privo di ciò che è essenziale per la vita vera.

Non basta soddisfare la pancia: c’è un’altra pienezza verso cui incamminarsi.

Non basta un’esistenza qualunque: c’è un’altra vita verso cui affrettare i propri passi.

Non puoi accontentarti di ciò che è soltanto primizia e caparra di quanto vivremo in pienezza quando vedremo Dio così come egli è.

Sono io il pane della vita: quel pane è lui, la sua persona, la sua presenza, la sua vita, le sue parole, i suoi gesti. Qui, però, cominciano i problemi. Fin che si tratta di mettersi alla ricerca di qualcosa che sazi i morsi della fame si può anche fare, ma quando ci è chiesto di entrare nello stile di vita di colui che si propone a noi come l’unico in grado di saziare la fame più vera che portiamo nel cuore prima che nello stomaco, le cose cambiano. E, infatti, di lì a poco, persino molti discepoli non tarderanno a riconoscere: questo linguaggio è duro…

La folla non riesce a leggere quanto accaduto se non alla luce del proprio bisogno materiale. Era accaduto lo stesso al popolo d’Israele durante la traversata del deserto: preferisce rimpiangere la schiavitù dell’Egitto (segnata anche da una discreta sazietà, della serie: si stava meglio quando si stava peggio), piuttosto che assumere la fatica del cammino verso la libertà. Accade anche a me: quante attese nel mio cuore, quanti desideri, quante precomprensioni! Vorrei poter ascoltare soltanto ciò che in qualche modo confermi in modo magico le mie aspettative. Non è un caso che la domanda posta dalla folla a Gesù verta, anzitutto, sul fare: “Che cosa dobbiamo fare?”. La stessa posta un giorno da un giovane, ricco. Una domanda che se da una parte rivela una certa disponibilità, rivela pure una sorta di fraintendimento. Tanto è vero che quando giunge la risposta inattesa, tanto la folla quanto il giovane ripiegano altrove. È il fraintendimento proprio di un certo pragmatismo.

Per Gesù non si tratta di qualcosa da fare: è necessario smettere di fare e lasciarsi fare, lasciarsi trasformare. Non a caso, il cibo attraverso cui Dio aveva nutrito il popolo nel deserto non era immediatamente circoscrivibile nelle proprie categorie di pensiero. Quel cibo, infatti, era una domanda aperta: che cos’è? Come a dire: attenzione a volersene impossessare cristallizzandolo. Si trattava di un cibo che teneva aperta la questione di fiducia: bisognava credere che Dio avrebbe provveduto nuovamente il necessario per la razione di un giorno.

Nella vita di ogni uomo c’è un’opera che Dio sta compiendo: ciò che è da fare è riconoscere e accogliere questa opera di Dio nella certezza che affidandomi a lui, posso gustare la vita, quella vera. È la cosa più difficile: finché si tratta di compiere qualcosa di esterno, possiamo anche accettare la sfida. Acconsentire, invece, a un diverso modo di guardare le cose, no.

Se un tempo a far problema era un cibo (la manna), ora a non bastare è Gesù stesso: quello che ha compiuto è insufficiente ad alimentare la fede in lui. Pretendono un segno più grande di quello che essi attribuiscono a Mosè e non riescono a comprendere che il segno per eccellenza è sotto i loro occhi.

A chi non riesce a nutrirsi che di pane (pane, solo pane, altro pane, cose, solo cose, altre cose), neppure Dio basta.

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