Raccogliere il proprio niente – Prepararsi alla liturgia domenicale (XVII del T.O.)

Cinque-pani-due-pesciGesù passò all’altra riva del mare… e la traversata è proposta anche ai discepoli sollecitati a non lasciarsi imprigionare dalla meschinità delle visioni abituali e invitati alla scuola della sproporzione.

Sull’altra riva è di nuovo a tema lo sguardo di Gesù, sguardo capace di ospitalità per una intera folla ma soprattutto sguardo capace di leggere in profondità la condizione reale di quella gente. Ne coglie la domanda inespressa. Vede che quella folla è come pecore senza pastore e allora si pone a insegnare (cfr. domenica scorsa). Di quella folla coglie il grido della fame anche se non è stato materialmente espresso: dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare? Ripenso a noi pastori chiamati a intercettare la domanda reale di un popolo. Quella folla chiede qualcosa di diverso e vuole che Gesù si prenda cura di lei. E Gesù si pone in sintonia, in empatia con essa.

Lo sguardo di compassione di Gesù diviene quest’oggi segno tangibile attraverso il dar da mangiare. Operazione a cui associa anche i discepoli che divengono prolungamento della compassione di Dio: la chiesa il prolungamento della compassione di Dio. Ma come? Noi penseremmo attraverso mezzi all’altezza della situazione. E, invece, niente di tutto questo.

C’è una parola che, mi pare, rappresenti la chiave di lettura della pagina evangelica: “Diceva così per metterlo alla prova”. Più che di una azione umanitaria si tratta di una fede messa alla prova.

“Venti pani d’orzo e farro… come posso mettere questo davanti a cento persone?”, domanda l’interlocutore di Eliseo.

“Cinque pani d’orzo e due pesci…che cos’è questo per tanta gente?”, obietta Andrea.

Domande più che legittime per chi sta nella vita secondo la logica del calcolo. Sono le domande che si pone anche la nostra società chiamata a misurarsi con numeri sempre più elevati di persone che hanno perso il lavoro e altre che non lo hanno mai avuto. Ma sull’altra riva i discepoli, e noi con loro, sono chiamati a compiere una Pasqua, un passaggio, un esodo che quella traversata in mare aveva ben simboleggiato.

La programmazione, la razionalità, l’inventario delle risorse, il calcolo delle possibilità, qui saltano in blocco. I soliti criteri non tengono più. La cifra decisiva qui è un’altra, ed è la fede. Quando questa viene assunta come criterio c’è spazio perché l’inedito accada e l’inaspettato si compia. Grazie ad un ragazzo.

Tutto ciò, anche se non c’è quasi nulla da mettere davanti a gente affamata. Offri ciò che non hai, metti a disposizione di tutti ciò che non basta neppure a te, fai sedere una folla perché comincia la distribuzione con una cesta vuota! Facciamo fatica a star dietro ad un simile modo di ragionare. La nostra aritmetica ci dice che è impossibile dividere venti per cento e cinque per cinquemila. E così preferiamo non sbilanciarci.

Ma – vangelo alla mano – la sproporzione è superata solo attraverso la cifra della fede. Gusti singolari quelli del nostro Dio il quale si fa riconoscere per una predilezione decisamente paradossale: la predilezione per il nulla.

I suoi occhi sembrano posarsi con predilezione su ciò che è vuoto per riempirlo di grazia. Tantissimi gli episodi dell’AT e del NT dove questo accade. A cominciare dalla vedova del tempo di Elia (1Re 17,9-16) che non aveva più nulla in casa: niente marito, niente reddito, niente cibo, niente aspettative. Il niente per eccellenza. E quando Elia le chiede da mangiare, raccoglie tutto il niente che aveva, “un pugno di farina e un po’ di olio nell’orcio”; questo lo spazio ideale perché Dio possa operare: il niente diventa tutto, diventa promessa di una vita donata e garantita da Dio, diventa una ricchezza inaspettata. Lo stesso accade ad un’altra vedova che ricorre ad Eliseo (cfr. 2Re 4,1-7): le è rimasto solo “un orcio di olio”, troppo poco per colmare un grosso debito. Ma su comando dell’uomo di Dio si fa prestare dalle vicine “vasi vuoti nel numero maggiore possibile” e i vasi si riempiono: un vuoto riempito misteriosamente da un Dio che si prende cura di chi ha nulla e non conta niente. Proprio come nel brano evangelico: niente soldi, niente pane… E Gesù fa raccogliere il niente e lo rende cibo per tutti nel gesto della condivisione. Lo stesso a Cana: sei giare vuote, un niente che diventa tutto. Lo stesso vuoto della samaritana, del figlio prodigo, del pubblicano, di Simon Pietro che non pesca niente tutta la notte.

Il niente diventa lo spazio per la sovrabbondanza quando si giunge ad osare di più: “Sulla tua parola…”, dirà Pietro. Umanamente non c’è alcun motivo per farlo, ma mi fido della tua parola.

Sta qui tutto il mistero della santità: il niente dell’uomo riempito dal tutto di Dio. Ne consegue allora che l’unica possibilità per l’uomo di fare esperienza di Dio, consiste nell’accettazione della propria personale piccolezza; non c’è cammino di sequela che non riparta continuamente con l’umile atto di “raccogliere il proprio niente” davanti al Signore misericordioso, presentarlo a lui e lasciare che su di esso cada la sua benedizione che ricrea e rinnova, per scoprire nell’umana impotenza la potenza della grazia divina.

Dobbiamo riconoscere che non è una via così frequentata nei nostri pellegrinaggi spirituali, convinti come siamo che si è discepoli del Signore, capaci di compassione come lui quando riportiamo successi da una perfezione frutto delle nostre mani.

Gesù ci dice che la sproporzione viene colmata quando il poco che si possiede, il niente che si è, diventa il tutto che si dona e che si mette a disposizione.

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