Acconsentire a un po’ di bontà – Esequie Franca Di Matteo

Mi ha atteso, Franca, o, meglio, ha atteso che ieri sera, prima di prendere congedo da questo mondo, le portassi il conforto che viene a noi cristiani dal sacramento del Perdono e dell’Unzione. Ha lottato strenuamente ed eroicamente in questi anni contro quella malattia che tanto sta colpendo questa nostra comunità e, pur tra alti e bassi, non aveva smarrito il sorriso che sempre abbiamo potuto leggere sul suo volto e la sua dolcezza. Mai un momento di disperazione, sebbene fosse tanto provata.

Attraverso la pagina FB della Parrocchia era diventata un’assidua frequentatrice (una sorta di parrocchiana virtuale) di ciò che via via andavo pubblicando: era tra le prime a mettere mi piace ai vari post, come se questo le permettesse una presenza che altrimenti le era impedita. Solo pochi giorni fa si era fatta accompagnare a casa di Claudio e Matilde per poter assistere al passaggio della processione di S. Benedetto.

La scomparsa prematura di Franca, ci fa fare nostro il grido di un drammaturgo francese: “Io voglio guarire dalla morte”. Grido legittimo, fatti come siamo ad essere per sempre con Dio. Chi di noi non lo vorrebbe, mentre ci scopriamo da una parte candidati alla morte e dall’altra assetati di eternità? A ragione è stato scritto che “gli esseri viventi appaiono e scompaiono intorno a me come le colombe che escono dalle mani vuote di un mago. Ho un bel guardare queste mani con attenzione, non trovo alcuna spiegazione” (C. Bobin).

Ma davvero la nostra è una strada senza uscita? Davvero il nostro è soltanto un drammatico pellegrinaggio verso la tomba?

È vero: come nella vicenda di Gesù, così nella nostra ci sono notti che sembrano interminabili: notti di solitudine e di silenzio, di angoscia e di lacrime, di preghiere che sembrano inascoltate, di domande senza risposta.

Per noi cristiani la guarigione dalla morte si chiama risurrezione. Certo, noi crediamo che questa avverrà alla fine della storia quando ogni cosa verrà ricapitolata attorno a Gesù Cristo. Eppure, si tratta di una esperienza che possiamo già anticipare e pregustare. Quando? Come? “Il giorno in cui acconsentiamo a un po’ di bontà è un giorno che la morte non potrà più strappare dal calendario” (C. Bobin).

È quello che Franca ha vissuto. “Ha speso la sua vita nella dedizione ai suoi cari, consapevole che ciò che ha senso non necessariamente deve essere visto”. Così voi suoi cari avete scritto nell’annuncio funebre.

Bellissima immagine: acconsentire a un po’ di bontà. Ecco che cos’è la risurrezione: ed è qualcosa di cui tutti siamo capaci. Solo “chi non ama resta sempre nella notte e dall’ombra della morte non risorge”.

Acconsentire a un po’ di bontà quando l’egoismo vorrebbe avere la meglio.

Acconsentire a un po’ di bontà quando la solitudine sembra essere l’unica compagna dei nostri giorni.

Acconsentire a un po’ di bontà quando l’indifferenza sembra essere l’unica moneta con cui ripagare un torto subito.

Acconsentire a un po’ di bontà quando il peccato ci mura in una tomba ancor prima della morte fisica.

Acconsentire a un po’ di bontà quando ti sembra che l’altro possa essere cristallizzato solo nella sua esperienza di limite e di fragilità di cui anche tu fai quotidianamente esperienza.

Acconsentire a un po’ di bontà quando i rapporti rischiano di essere coniugati secondo i canoni della prevaricazione e dell’ingiustizia.

Acconsentire a un po’ di bontà quando le gambe ti tremano e senti tutta la fatica a fidarti.

Acconsentire a un po’ di bontà quando le lacrime solcano il tuo volto.

Acconsentire a un po’ di bontà quando la malattia ti toglie le forze.

Acconsentire a un po’ di bontà quando la morte ti prende per mano e ti introduce nella vita stessa di Dio dove ha libero accesso la bontà di cui sei stato capace, foss’anche quella spicciola di un bicchiere d’acqua data a qualcuno nel nome di Cristo.

Bisogna agganciare l’aratro a una stella, così recita un adagio africano.

Non ci è difficile comprendere che l’aratro è la vita con la sua fatica di essere uomini e donne, con il mistero grande e delicato dei dolore. La stella è la speranza di sapere che il bene di cui sono capace è già seme di eternità.

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