La veste dimessa di Dio – XIV Domenica del T.O.

sinagogaPareva iniziar bene quella rimpatriata di Gesù a Nazaret. La prima risposta dei compaesani nei confronti di Gesù è all’insegna dello stupore. Ammirano il commento fatto da Gesù, ma non riescono a cogliere l’invito ad entrare nell’oggi di Dio che si presenta attraverso di lui; provano meraviglia per le parole di grazia che egli proferisce, ma non riescono a cogliere la grazia che quelle parole offrono loro. Può accadere anche a noi: quel prete parla bene… ma non riusciamo a cogliere il messaggio quelle parole dette bene rivolgono a noi. Si può essere attenti all’aspetto estetico e chiusi a ciò che la parola esprime.

Non è costui il falegname?

Questa domanda traduce molto bene quanto Gv afferma nel suo prologo: venne fra la sua gente ma i suoi non l’hanno accolto. È solo il figlio di Maria: non riescono a cogliere fino in fondo il mistero di quell’uomo che si presenta ai loro occhi. Che sia profeta l’uomo della eccezionalità si può anche accettare, ma che sia profeta il figlio del falegname, uno che vedi ogni giorno, l’uomo e la donna delle cose ordinarie, questo non è ammissibile: è il figlio del falegname, cosa vuoi che possa dirti?

E, invece, la profezia (la visita di Dio) può andare d’accordo anche col figlio del falegname. Perciò prova a fare attenzione ad ogni cosa, ad ogni gesto, ad ogni creatura. Prova a fare attenzione alla vita quotidiana.

Si è a tanto così da Dio e non ci si accorge: era stato con loro per ben trent’anni e non erano stati capaci di scorgerne la presenza in quell’uomo di Nazaret. Che Dio possa abitare per così lunghi anni in una bottega d’artigiano, che discorso è mai questo?! Che la profezia possa convivere con la ferialità di una esistenza umana (tra l’altro di uno che neppure appartiene al clero o comunque alla categoria dai rabbi) ci sembra impossibile. Per noi Dio, se è Dio, è sempre altrove rispetto al nostro qui e ora. E, invece, egli è sempre altrove rispetto agli altrove da noi fissati, perché è dove siamo noi.

La sinagoga è asserragliata nel proprio atteggiamento di chiusura, mentre tanti lontani (Giairo, l’emorroissa), tanti piccoli saranno gioiosamente permeabili nel proprio atteggiamento di accoglienza. La gente si aspetta molto da Gesù, vorrebbe coinvolgerlo nelle proprie aspettative.

Paradossalmente la sinagoga, da luogo di incontro e ascolto della parola di salvezza, si trasforma in luogo da cui il Profeta viene cacciato.

Dio si svela sempre nello svuotamento di sé (cfr. Fil 2,6-11) e l’uomo rimane scandalizzato. I trent’anni di vita a Nazaret, insieme alla croce, segnano la più scandalosa contraddizione. La sinagoga di Nazaret suggerisce, come già aveva fatto il tentatore nel deserto, di assumere la via del potere. Ma Gesù non lo farà: invece della gloria che gli spetta di diritto, prende su di sé l’umiliazione.

Nazaret rappresenta quell’atteggiamento di ripiegamento sul passato, quel senso di sicurezza che può venire da ciò che è già stato sperimentato e, al tempo stesso, la paura di fronte al futuro perché il nuovo costituisce comunque un rischio, introduce qualche variabile che non si può preventivamente calcolare.

Nemo propheta in patria…

L’accettazione entusiasta si trasforma presto nel percepire quell’uomo come uno scandalo. Strano ma vero: pur portando in sé un profondo desiderio di salvezza, di gioia, di libertà, Nazaret non riesce ad accettare che la via per approdare a questo, passi per l’umanità di Gesù: non è il figlio di Maria? Ci si scandalizza e perciò lo si rifiuta.

Nemo propheta in patria…

Nazaret, in questo caso, rappresenta la tentazione del “particulare”, degli interessi privati, un Dio piegato ai propri bisogni e asservito alle necessità paesane, un Dio ridotto alla stregua di un qualsiasi prodotto di mercato.

Nazaret è tutto quel mondo che è incapace di misurarsi con l’inedito di Dio e che perciò impedisce ogni possibile movimento. La sinagoga (soltanto essa?), in quel caso, diventa il luogo dell’ovvietà, del rito, della ripetizione di gesti che non incrociano più la vita.

Eppure è proprio in questa Nazaret che Gesù sembra rincarare la dose. È proprio a questa Nazaret che Gesù chiede di allargare il proprio orizzonte interpretativo, il proprio modo di guardare le cose. E lo fa anche a costo di rimetterci di persona, come di fatto accadrà tra non molto.

Certo – noi pensiamo – se Gesù avesse compiuto qualche prodigio forse gli avrebbero creduto. La discriminante, però, rimane la fede. È la loro poca fede a impedire i prodigi. Per chi ha fede, infatti, nessun miracolo è necessario, ma per chi non crede nessun miracolo è sufficiente.

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