L’amico – Esequie Giovanni Cerza

Incredulità e sgomento sono gli stati d’animo che hanno colto tutti noi, credo, ieri mattina quando le voci della scomparsa improvvisa di Giovanni hanno cominciato a circolare in paese. Non sembra vero che ci ritroviamo a salutarlo nel suo giorno onomastico: avremmo voluto usare ben altro linguaggio in questo giorno, e, invece, facciamo nostro il linguaggio del ricordo grato e del pianto commosso. Me lo figuro ancora, Giovanni, accanto al labaro del nostro municipio con il suo fare composto e attento.

Chi era Giovanni lo attesta, certo, la vostra innumere presenza a questa liturgia di commiato ma lo attesta senz’altro ciò che ognuno di noi ha avuto modo di condividere con lui. Giovanni era un uomo buono, umile, discreto, riservato, fedele, di grande dedizione soprattutto nei confronti di chi era nel bisogno. Era l’uomo dell’amicizia e del sorriso. È stato detto da un ateo che  non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi. Questo è stato lo stile di Giovanni soprattutto nelle esperienze di volontariato: chinarsi perché altri, stringendosi al suo collo, potessero rialzarsi.

Il racconto della morte di Lazzaro riporta le nostre domande che molte volte sono espresse non con le parole ma con le lacrime, quelle che scorrono sul nostro volto quando ci accorgiamo di non reggere il furto che la morte viene a infliggere spezzando il filo dei nostri legami.

Patiamo anche noi come Marta e Maria l’angoscia del distacco, gli addii: Signore, se tu fossi stato qui… E mentre patiamo questo dolore, i nostri occhi incrociano il Signore che, “per grazia, non è un Dio dagli occhi asciutti”. Piange anche lui…

Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di quello sguardo che riesce ad attribuire ad ogni evento un senso perché tutto legge dalla prospettiva di un Dio che non è mai contro di noi. Dio fa grazia, questo è il significato del nome Giovanni. E fa grazia anche in un momento come questo.

Certo, ci è difficile reggere l’assenza di Dio, ci è difficile sopportare un Dio che sembra sordo alle nostre domande. La tentazione di fuggire è molto forte. E possiamo fuggire in tanti modi. Rimuovendo il problema o trovando vie che immediatamente possono sembrare più allettanti ma che in realtà non fanno altro che rimandare la domanda che puntualmente si ripresenta.

Ci è difficile “stare” in quei passaggi della vita che immediatamente non comprendiamo e che nondimeno possono essere attraversati solo nella misura in cui abbiamo imparato a riporre fiducia in qualcun altro. Vorremmo che il Dio nel quale crediamo ci risparmiasse questi passaggi. E, invece, non è così. E non per chissà quale congiura da parte sua nei nostri confronti, ma perché, nella vita, non è dato gustare la vita vera se non attraverso delle morti, attraverso dei travagli. Noi tutti ci portiamo dentro la convinzione che se c’è un Dio questo Dio è un Dio che preserva, che salva, che risparmia.

Il Dio che Gesù è venuto a svelarci è un Dio che non salva neppure se stesso ma perde la vita.

“Gesù quando la vide piangere si commosse profondamente, e si turbò… e scoppiò in pianto… Vedi come lo amava”.

Ci emoziona il pianto di Gesù davanti al sepolcro dell’amico. Dio piange per la morte, singhiozza per ogni morte. Ci sconvolge il fatto che Gesù chieda: togliete la pietra. Dio non è un Dio che chiude, ma un Dio che apre. Aveva aperto un varco a Israele, lo aveva aperto agli apostoli impauriti dopo l’annuncio della sua morte portandoli su un luogo dove si era trasfigurato, lo ha aperto per il suo amico Lazzaro. Oggi lo apre per ciascuno di noi.

La vicenda di Gesù ci invita a riconoscere che, forse, anche nella nostra vita c’è una pietra che chiude e che soffoca. E non sempre è una pietra materiale. Quella pietra è figura di tutto ciò che pesa sul nostro cuore di uomini e donne.

Pietra può essere la paura che ci chiude, l’egoismo che ci soffoca, tutto ciò che in noi e attorno a noi spegne i sogni, l’arrenderci alla rassegnazione, il rimanere nella logica del calcolo. C’è il rischio anche per noi di vivere nella prigionia di una tomba quando nessuna ombra di futuro attraversa le nostre giornate. Ed è facile arrendersi alla morte.

È significativo che anche in un momento di morte il vangelo ci mostri i lineamenti dell’amicizia di Gesù, quelli che per noi diventano una sorta di testamento. E mi piace pensare che sia Giovanni stesso a consegnarceli.

L’amico? Uno su cui puoi contare; uno per il quale non occorrono molte parole. “Gli mandarono a dire: Il tuo amico è malato” ( Gv 11, 3).

L’amico? Uno che non si tiene in disparte, non si risparmia: “Rabbi” gli obiettano i discepoli “poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai ancora?” ( Gv 11, 8).

L’amico? Uno che talvolta può essere in ritardo sui tuoi desideri: “Se tu fossi stato qui” dice Marta “mio fratello non sarebbe morto” (Gv 11, 21); uno a cui puoi muovere un rimprovero.

L’amico? Uno che non sta al di fuori del tuo dolore, a discutere con parole astratte, uno capace di entrare nel tuo dolore: “si commosse, si turbò, scoppiò in pianto” ( Gv 11,33).

L’amico? Uno che ti porta fuori dai luoghi della desolazione, ti fa guardare oltre mentre ti mostra che gloria di Dio è l’uomo che vive: “Se credi, vedrai la gloria di Dio” ( Gv 11,40).

L’amico? Uno che non si rassegna alle parole di morte, alle situazioni di morte, compie segni di vita e dice parole di vita: “Io sono la risurrezione e la vita” (Gv 11,23). Potremmo dire: uno che si prefigge di “disseppellire Dio nei cuori devastati” (Etty Hillesum).

L’amico? Uno che non ti lega, ti sbenda: “Scioglietelo” dice Gesù “e lasciatelo andare” (Gv 11,44). Uno che ti fa camminare, ti libera da ogni sudditanza, da tutto ciò che ti soffoca e ti lega.

L’amico? Uno che muore lui, perché tu viva: “Da quel giorno” è scritto “decisero di ucciderlo” ( Gv 11, 53).

Insegnaci, Signore, a tessere legami di amicizia nonostante le trame di morte vogliano avere il sopravvento su di noi.

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