Dov’è la mia stanza? – SS. Corpo e Sangue del Signore Gesù

IMG_1328 copiaDov’è la mia stanza? Credo sia la domanda che ogni volta che prendiamo parte alla celebrazione eucaristica, il Signore rivolga ancora a noi. Credo lo faccia con un tono tutto particolare quest’oggi: Voglio celebrare il dono della mia esistenza nella tua casa, nella tua storia. Sei disposto ad accogliermi? In quale luogo intendi ospitarmi?

Attorno a Gesù e al suo mistero, il vangelo non registra solo gesti di piccineria o di meschinità che ben conosciamo. Annovera pure persone che sentendosi dire “Il Signore ne ha bisogno” rispondono prontamente. Tanto il puledro che servì per l’ingresso a Gerusalemme, quanto il cenacolo dove il Maestro mangerà la pasqua con i suoi discepoli, verranno presi a prestito da persone che, verosimilmente, non avevano fatto del calcolo il criterio dei loro giorni. Del proprietario di quello che sarà il primo altare non conosciamo neanche il nome. È un uomo qualunque, in una casa qualunque. E questo significa che ogni uomo, ogni casa è il luogo dove Gesù vuole fare Pasqua. Anche la mia vita è degna di accoglierlo, dal momento che è lui a bussare alla porta.

Ancora una volta il Maestro chiede: hai un luogo dove accogliermi? Ancora una volta egli si affida alla tua disponibilità. “Dio abita là dove lo si lascia entrare”.

Colui che sa tutto, chiede a te l’indicazione del luogo dove mangiare la Pasqua. Si adatta alla disponibilità e alla misura del tuo cuore.

Si rimane edificati e sorpresi davanti a una docilità senza eguali. Quale fede e quale generosità avrà caratterizzato quel tale che non solleva neanche un’obiezione davanti al desiderio del Signore e tanto meno presenterà il conto per l’uso della sala. Avrebbe potuto avere molti pretesti per non consegnarla, cosa che accade tutte le volte che abdichiamo all’esperienza della cordialità per non essere scomodati.

Gesù si presenta a noi come un senza casa, uno sfollato, bisognoso di qualcuno che gli metta a disposizione un luogo, almeno una volta, almeno stavolta.

Oggi l’amore di Gesù ha bisogno di questa ampia sala, come a dire che ci sono dei momenti in cui il cuore non può dichiararsi ad un qualsiasi crocevia. E quell’uomo ha messo a disposizione ciò che aveva di più grande perché intorno al grande sacramento dell’amore tutto deve parlare di grandezza, parole, gesti, cuore per ospitare ogni uomo.

Dov’è la mia stanza? chiede a me come prete. Quale stanza dovrò mettergli a disposizione? Quella della disponibilità a essere pastore secondo il suo cuore, pastore capace di intercettare ritardi e stanchezze per indicare a chiunque là dove è possibile trovare ristoro e riattingere motivi di speranza. Quando questo accade, il Signore celebra ancora una volta il mistero del suo amore per noi.

Dov’è la mia stanza? Chiede a chi vive il suo essere cristiano nel matrimonio. Quale stanza offrirgli? Quella della fedeltà, quella della capacità di ripartire tutte le volte che qualcosa minaccia la comunione, quella di saper perdonare, quella di ridonarsi reciprocamente fiducia. Quando questo accade, il Signore celebra ancora la sua pasqua per noi.

Dov’è la mia stanza? chiede a chi sente la fatica e il peso degli anni o sopporta nel suo corpo il limite della malattia. Quale spazio offrirgli? Quello di far sì che gli occhi non si spengano dando tutto per scontato, lasciandosi condizionare dall’abitudine e dal già visto; quella del riconoscere che anche la stagione della inoperosità ha una fecondità. Non tutto della vita si esaurisce in un fare: anche la solitudine, anche la sofferenza è materiale prezioso per quella economia della grazia che sfugge ai nostri controlli. Quando questo accade, il Signore celebra ancora la sua pasqua per noi.

Dov’è la mia stanza? chiede a chi è nel pieno delle sue forze perché vive la stagione della giovinezza. Quale luogo consegnargli? Quello di avere sempre il coraggio dei propri sogni, quello di non permettere che qualcosa mini la voglia di rimettersi di nuovo in gioco perché nessuna patisca ingiustizia, degrado, ma tutti vedano riconosciuta la loro dignità. Quando questo accade, il Signore celebra ancora la sua pasqua per noi.

Dov’è la mia stanza? chiede a chi si affaccia adesso alla vita. Quale stanza mettergli a disposizione? Quella sella semplicità, quella dell’abbandono, quella dello stupore riconoscente e grato, quella della limpidezza, quella di ricordare ai più grandi di non dimenticare ciò che nutre l’anima. Quando questo accade, il Signore celebra ancora la sua pasqua per noi.

Il luogo nel quale dare ospitalità al Signore non è mai univoco; esso muta, a seconda di ciò che stiamo vivendo e attraversando. Esso coincide sempre con ciò che forse a tutta prima scarteremmo perché ritenuto non adatto a lui. Eppure è proprio negli snodi della vita, quelli in cui patiamo sulla nostra pelle un senso di smarrimento e, talvolta, di sconfitta, che egli rinnova per noi il dono di se stesso. Lo fece già in quella notte – la notte in cui veniva tradito – quando il peso della fragilità degli amici che egli si era scelti, non divenne motivo perché egli si rifiutasse di farsi dono. È grazia per noi il non smarrire il senso dello stupore di fronte a un Dio che bussa alla porta della mia vita chiedendo un riparo. È grazia per noi ripetere le parole che la liturgia mette sulle nostre labbra prima di accostarci alla comunione: Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto.

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