Rinverdire la memoria – SS. Trinità

trinitàA un popolo in cerca di un’autodefinizione e a rischio di rinnegare il proprio passato per andar dietro a idoli fatti dalle mani dell’uomo (tentazione sempre ricorrente), Mosè propone un esercizio che è trasversale a ogni generazione di credenti: rinverdire la memoria. Non c’è fede senza memoria: la fede nasce sempre dall’ascolto di ciò che Dio ha compiuto per noi. Mosè chiedeva a Israele di imparare a interrogare la storia per riconoscere tutte le volte in cui, in modo insperato e al limite delle possibilità, Dio era intervenuto a favore di un popolo sempre pronto a rimangiarsi l’alleanza stabilita con il suo Signore. Chi poteva vantare una simile disponibilità della presenza di Dio? Non un Dio astratto ha guidato le sue sorti ma un Dio che è comunione d’amore.

Penso ai nostri giorni così a corto di speranza forse perché abbiamo perso la capacità di fare memoria che anche quando abbiamo toccato il fondo dell’abiezione, Qualcuno per noi ha aperto nuovi percorsi. C’è una fecondità tutta da esplorare nell’accoglienza di quello che a noi può sembrare lo zoccolo duro della realtà che volentieri eviteremmo e da cui invece ci sentiamo non poco confrontati. Non c’è evento che non sia gravido di futuro: persino la morte, come ci attesta la nostra fede nella risurrezione.

Che Gesù abbia accettato di stare nei giorni della storia anche quando essi restituivano il dramma della tenebra e della sofferenza, attesta che c’è una fecondità da riconoscere e accogliere nell’accettare di assumere anche l’esperienza dell’umano patire.

Grazie a questo esercizio della memoria è possibile apprendere una nuova narrazione dell’umano: gli eventi non mutano, il patire resta tale. Ne muta, però, la lettura e la comprensione. Senz’altro Dio aprirà un nuovo varco proprio come è accaduto nelle grandi notti della storia.

Se interrogo la mia storia quale volto di Dio riesco a scorgere e di quale volto sono costituito narratore? Credo sia il compito che a tutti affida questa splendida liturgia della Parola. La mia fede nasce dall’essere stato iniziato a leggere il passaggio di Dio nella mia vicenda personale. Forse è per una mancanza di questa iniziazione che non pochi ragazzi e giovani abbandonano ben presto le nostre comunità, per non aver respirato la grazia di una memoria viva. Tenere viva la memoria in Israele era il compito di ogni padre: “Quando tuo figlio ti interrogherà… tu dirai: l’Eterno ci fece uscire… dalla terra di schiavitù” (Es 13,14).

Ci si apre alla fede quando si diventa consapevoli che la mia storia sta a cuore a un Dio che è sempre il Dio di qualcuno, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, della mia famiglia, del mio parroco, del mio educatore, dei miei amici.

Ci si apre alla fede là dove si ha la grazia di conoscere uomini e donne costituiti segno di un Dio instancabile cercatore d’incontri, proprio come narra la vicenda terrena del Figlio di Dio. Segni del passaggio di Dio nella nostra vita possono essere una parola detta al momento opportuno, un gesto di rispetto, una inattesa pacificazione interiore, una capacità di riconciliazione insperata, uno sguardo nuovo sulle cose, una intuizione profonda… Tutto di noi è sacramento della visita di Dio.

Se provo a interrogare la mia storia non posso non avere uno sguardo di benedizione e di gratitudine verso il Signore per avermi chiamato all’esistenza. Quali probabilità umane avrei potuto avere io che sono l’ultimo di sei figli? Eppure… Qualcuno mi ha scelto, benedetto, amato ancor prima della creazione del mondo, come ci insegna l’apostolo Paolo. Nessuno di noi è il frutto casuale di un destino cieco.

Se provo a interrogare la mia storia riconosco che Dio ha posato il suo sguardo su di me dapprima attraverso l’attenzione e la cura dei miei e poi mediante quel circolo virtuoso che è stata per me la mia comunità cristiana.

Se provo a interrogare la mia storia, rendo grazie per il dono della vita cristiana che mi ha permesso di essere “familiare di Dio” (Ef 2,19). Posso dialogare con lui come un figlio con il padre. Io sono stato costituito prolungamento e segno della sua opera nel mondo. Quale fiducia! Quale responsabilità!

Se provo a interrogare la mia storia, devo riconoscere che Dio non ha mai fatto del male compiuto da me, un motivo di condanna. Egli ha sempre riannodato il filo fragile della mia fedeltà a lui, facendomi diventare consapevole che non sono migliore di nessun altro sulla terra e, nello stesso tempo, rendendomi segno della sua volontà di comunione con quanti possono aver fatto del male anche a me.

Se provo a interrogare la mia storia, benedico il Signore per il dono della vocazione. Ricordo ancora le mie rimostranze nei confronti di chi mi proponeva: “perché non diventi sacerdote?”. Ragazzo com’ero, vedevo lo stile semplice e povero del mio parroco e facevo fatica a vederlo mio, ammaliato da altri miraggi, altri sogni. Quello stile di abnegazione e di espropriazione, lo sentivo eccessivo per me. Eppure… proprio quello stile è ciò che più di ogni altro ha lasciato il segno dentro di me facendomi intraprendere percorsi non poco faticosi.

Prova a interrogare la tua storia…

La memoria grata per il dono ricevuto si trasforma in noi in quell’impegno che il Signore affida agli undici e dopo di loro a tutti noi. Ciascuno di noi è chiamato a battezzare

nel nome del Padre… vale a dire, introdurre ogni uomo nella consapevolezza che la propria esistenza è affidata alle mani di un Padre che vigila su tutti gli esseri amorosamente provvedendo a tutti, agli uccelli del cielo come ai gigli del campo: una vita nella fede;

del Figlio… vale a dire, introdurre tutti nella consapevolezza di un amore che non è fine a se stesso ma che si manifesta nel dono di sé: una vita nell’amore;

dello Spirito Santo…vale a dire, introdurre tutti in una esperienza di vita capace di comunicarsi, di andare sempre oltre: una vita nella speranza.

Prova a interrogare la tua storia… Se sei un ascoltatore attento, essa ti parlerà di Dio attraverso i frammenti che la compongono.

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