In punta di piedi – Esequie Matilde Ferrara (ved. Schettini)

La lunga esistenza terrena di Matilde si è conclusa alle prime luci dell’alba di ieri mattina. Con la sua scomparsa viene meno una donna fatta riserbo. Il riserbo, infatti, la discrezione, il non mettersi mai in mostra (e ne avrebbe avuto motivo), il non voler mettere il naso nelle vicende altrui (e ne poteva avere il modo e l’occasione, data la professione del compianto marito), l’umiltà sono le caratteristiche di lei che più mi hanno colpito sin da ragazzo. Il suo è stato lo stile di chi ha vissuto in punta di piedi, nel silenzio e nel nascondimento non già perché costretta ma come per scelta, per la sua nobiltà d’animo che trasmetteva comunque quando la si incontrava. È vero: le persone grandi non hanno bisogno di un podio per mostrare chi sono, non necessitano della scena per affermarsi. Esse sono capaci di riscattare persino un quotidiano fatto di cose normali e abitudinarie per lo spirito e lo stile con cui le portano avanti. Una donna senza maschere e senza orpelli, una donna vera, dal cuore grande, aperto, accogliente, come lo attesta la sua bella famiglia fatta di sei figli.

La rilegge senz’altro la pagina evangelica a noi donata nella festa liturgica dell’apostolo san Mattia. Matilde è rimasta nell’amore perché è rimasta nel Signore.

Gesù sta per lasciare i suoi e nell’intimità dell’ultima cena li mette a parte di ciò che costituisce il nucleo della nostra esperienza di fede. Terminato l’apprendistato, Gesù prende per mano i discepoli, prende per mano noi e ci introduce a mano a mano nella rilettura di tutta la sua vicenda terrena. Ci mette a parte del suo segreto.

È una comunicazione non più tra maestro e discepoli, ma fra amici. Non a caso, i verbi che descrivono la relazione con Gesù sono “rimanere, restare con me, rimanere nel mio amore”, tutti verbi che esprimono compagnia, vicinanza, intimità, condivisione, capacità di stare. Il tipo di rapporto fra i discepoli e Gesù è lo stesso che egli ha con il Padre, un rapporto dove c’è comunicazione di vita che non produce subordinazione, ma un essere alla pari.

Il Signore invita i suoi a scacciare ogni timore e ogni diffidenza. Ci dice che rimane con noi nell’amore. Credo non ci sia termine più abusato nel linguaggio e nell’esperienza di ogni tempo; per questo occorre una chiarificazione che lo stesso Gesù si premura di offrire: “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi”. Di che tipo è questo genere di amore? Un amore libero, gratuito, smisurato, liberante, capace cioè di sprigionare tutto ciò che saresti portato a reprimere. Un amore che esce da sé per andare verso l’altro, un amore il cui unico desiderio è che l’altro viva, senza motivazioni che non siano questo stesso vivere, senza la preoccupazione del ritorno o della restituzione, un amore nella pura donazione e promozione dell’altro. L’amore di Dio è motivato dall’altro come altro e basta. Dio non ha gloria da difendere né diritti da rivendicare, che non siano quelli dell’uomo che egli ama. S. Ireneo dirà che la gloria di Dio è l’uomo vivente: Dio è glorificato quando l’uomo vive, quando l’uomo raggiunge la sua pienezza, quando l’uomo è realizzato.

Qui non c’è più motivo per quel sospetto tipicamente umano, dinanzi ad ogni proposta di amore. Gesù ha amato e ama noi come Dio e con lo stesso amore di Dio. Ai discepoli non resta che la resa, che il sostare in questo spazio di amore. Qui sta il nucleo fondante l’esperienza cristiana: essere degli amati in pura gratuità. “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio…”. Questo è il Vangelo della nostra salvezza: un fatto che celebra la discesa e l’amore di Dio verso l’uomo.

È facile innamorarsi, meno facile amare. Nell’innamoramento il centro di tutto è ancora l’io, l’individuo cerca più se stesso che l’altro: l’altro è cercato in risposta ad una mia domanda. L’amore invece comincia a maturare quando si praticano due atteggiamenti di fondo: il rispetto dell’altro e la promozione dell’altro.

Rispetto è non voler catturare l’altro, non volerlo colonizzare. È accogliere la libertà dell’altro, valorizzare, stimare ciò che lo rende differente da noi. La promozione dell’altro, invece, consiste nello scoprire i suoi doni, la sua vocazione nascosta e aiutarlo a realizzare tutto se stesso, anche se questo non risponde alle nostre attese.

Credo che di questo sia stata segno e testimonianza la vita di Matilde.

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