Fatti per amare – VI Domenica di Pasqua

Se volessimo dire che cos’è un uomo, credo potremmo definirlo così: un grande bisogno di amore. Non è forse vero che la nostra vita, in tutte le sue sfaccettature, potrebbe essere definita come la ricerca continua di qualcuno che ci accolga così come siamo, fragili e indifesi? Non è forse vero che tutti desidereremmo perderci in un abbraccio di tenerezza che ci restituisca la consapevolezza di essere a nostro agio, a casa? Non è forse vero che tutti vorremmo qualcuno che si faccia nostro compagno di cammino soprattutto quando stiamo attraversando momenti e situazioni che non ci risparmiano il loro versante di drammaticità? Non è forse vero che vorremmo toccare con mano una relazione in cui l’affetto sia donato in modo del tutto disinteressato e smisurato, capace di tenere nonostante tutto sembri remare contro?

Oh sì, che è vero. Ci emozioniamo per aver sentito una voce amica, ci stupiamo perché qualcuno si è ricordato di noi, ci sciogliamo perché qualcuno ci ha guardato in modo nuovo.

Non potrebbe essere diversamente: creati a immagine e somiglianza di un Dio che è amore, portiamo iscritto nel nostro DNA il bisogno di gustare un’esperienza che abbia qualche tratto del volto stesso di Dio.

Eppure, sembra quasi che tutto ciò sia merce rara, una fortuna che capita a pochi. I più devono accontentarsi di scampoli. È davvero così? Solo un colpo di fortuna?

Al dire di Gesù no: c’è una esperienza di amore di cui tutti siamo stati messi a parte. “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi”. Io sono stato preferito al nulla: qualcuno mi ha pensato e voluto, qualcuno ha fatto sì che io fossi: “Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre… Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto,  intessuto nelle profondità della terra” (Sal 139). La vita è un continuo diventare consapevoli di una esperienza che mi ha preceduto. Non a caso Gesù invita a “rimanere”, non già ad “entrare” nell’amore.

“Non siamo stati noi ad amare Dio ma è lui che ha amato noi”.

Abbiamo dimenticato che Dio sempre ci precede. Lo ha compreso molto bene Pietro negli Atti quando si accorge che lo Spirito lo aveva preceduto: prima del sacramento in quella casa, lo Spirito era già disceso.

I passi di Dio vengono sempre prima dei nostri passi. Ai nostri passi, però, oggi è consegnato un modello: “che vi amiate gli uni gli atri, come io vi ho amati”. Amare non basta, a volte può diventare un sentimento vuoto. Molto spesso l’amore umano è un amore che prende, è la mia povertà che va in cerca dell’altro per guarire la mia solitudine, per illuminare le mie notti buie. Gesù non dice neanche: amate gli altri con la misura con cui amate voi stessi. Questo porterebbe in un gioco pericoloso. Tu non puoi essere misura a te stesso.

Come allora? “Come io vi ho amato…”. Dio stesso diventa la misura del nostro amore. E l’amore di Dio è un amore che dona, che si dimentica. È ricchezza in cerca di una povertà da colmare, di una solitudine da riscaldare. E perché io potessi imparare il modo di amare di Dio, lui stesso ha assunto la misura umana dell’amicizia: “Voi siete miei amici”. Dio si è messo alla pari, per essere dentro il gruppo e non al di sopra perché la vita si impara ma solo per sintonia e comunione. Dio si abbassa, come farà con Pietro quando, risorto, gli chiederà per la terza volta: “Pietro, almeno mi sei amico?” (Gv 21,17).

Ci viene annunciata una pienezza di vita ma anche qualcosa che appare come il suo contrario, il sacrificio: “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per gli amici”. Amore, gioia, dolore. Parole paradossali. Perché queste due esperienze che secondo noi si escludono? Perché la strada di Dio che da Padre si fa amico, da Signore si fa amico per mettersi al mio fianco, passa necessariamente attraverso una esperienza di espropriazione e di decentramento.

È facile innamorarsi, meno facile amare. Nell’innamoramento il centro di tutto è ancora l’io, l’individuo cerca più se stesso che l’altro: l’altro è cercato in risposta ad una mia domanda. L’amore invece comincia a maturare quando si praticano due atteggiamenti di fondo: il rispetto dell’altro e la promozione dell’altro.

Rispetto è non voler catturare l’altro, non volerlo colonizzare. E’ accogliere la libertà dell’altro, valorizzare, stimare ciò che lo rende differente da noi. La promozione dell’altro, invece, consiste nello scoprire i suoi doni, la sua vocazione nascosta e aiutarlo a realizzare tutto se stesso, anche se questo non risponde alle nostre attese.

Gesù racchiude tutte le sue parole in unica Parola: “amatevi gli uni gli altri”. Amarsi ma come lui ha amato noi.

Senza misura: “nessuno ha un amore più grande di questo: dare a vita per i propri amici”;

in libertà: “nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso”;

senza segreti: “vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi”;

come itinerario di liberazione: “se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

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