Rimanere o andarsene? – V Domenica di Pasqua

Chi di noi non desidera gustare l’esperienza di una esistenza autentica? Perché ci diamo tanto da fare se non per poter gustare la gioia di una vita riuscita? Eppure, per quanto questo sia il desiderio, il percorso per realizzarlo non è indifferente.

Questione di vita o di morte… questo è il senso di quell’invito ripetuto che Gesù rivolge ai suoi alla vigilia della sua passione: rimanete in me.

Un giorno – lo ricorda il vangelo proprio alle sue prime battute – i discepoli incontrarono Gesù e a lui posero questa domanda: “Maestro, dove abiti? (dove rimani)”. Ed egli rispose: “Venite e vedrete”. A loro non interessava tanto l’indirizzo geografico. Quella domanda, infatti, esprimeva il desiderio di capire quale fosse il segreto della sua persona, che cosa facesse sì che egli fosse diverso da tutti gli altri maestri in Israele. “Andarono e videro dove rimaneva”: Gesù aveva un luogo particolarmente caro a lui, il Padre, Dio. Il suo rapporto con Dio Padre era ciò che faceva la differenza nella sua vita.

E ora, mentre sta per andarsene, cosa ha da proporre ai suoi se non quello che ha caratterizzato tutta la sua esistenza?

Restare attaccati a lui o meno, non è mai senza conseguenze. Proprio come il tralcio con la vite, così accade a noi se prendiamo le distanze da Gesù: diventiamo come una pianta che non è più in grado di portare il frutto atteso, siamo come dei germogli destinati a sfiorire. A tutta prima può anche sembrare che le cose scorrano tranquille, tuttavia, nel profondo, viene a crearsi un vuoto perché vengono meno il nutrimento, la linfa, tutto ciò che è necessario a garantire la vita. Senza la presenza del Signore nella nostra vita non c’è senso, non c’è frutto, non c’è gusto.

Perché tanta insistenza sulla necessità di rimanere? Perché, mi pare, non sia l’unica opzione possibile. Si insiste sul rimanere là dove si coglie anche la possibilità di andar via. Rimanere o andarsene? E questo nei vari ambiti della nostra storia. Nella fede, ad esempio: rimanere o andarsene? nella Chiesa: rimanere o andarsene? e, ancor prima, nella vita: rimanere o andarsene? Che cosa, semmai, può diventare per noi motivo di rimanere? Il fatto che il primo a non andarsene è Dio stesso.

In guardia, però, da ogni atteggiamento di presunzione: criterio permanente di verifica del rimanere nel Signore è l’agire come lui.

Ecco la necessità per ciascuno di noi di mettere radici: rimanete in me. Il desiderio del Padre, infatti, è uno solo: “in questo è glorificato il Padre: che portiate frutto”. Dio è glorificato se io porto frutto. Dio è glorificato se la mia vita non porta il contrassegno della sterilità ma della fecondità.

Non basta vivere una vita cristiana nell’ordine di una santità fatta di integrità, una santità del preservarsi, del tutelarsi: il frutto che Dio si attende è che i discepoli abbiano le mani immerse nella vicenda della storia.

La qualità della nostra esistenza sarà giudicata dalla nostra capacità di esserci giocati nella nostra storia. Il giudizio di Dio, infatti, non riguarderà le nostre fragilità che pure sono costitutive di noi. Riguarderà piuttosto il nostro grado di fecondità. Perché il rischio per ciascuno di noi, il peccato vero e proprio è quello di aver vissuto una vita inutile, una vita recisa da quel flusso vitale che Dio continuamente ha provato a far scorrere dentro di noi: senza di me non potete far nulla.

Essere uniti a Gesù vuol dire attingere continuamente da lui il senso e i criteri che regolano le nostre relazioni e le nostre scelte. Dalla sua parola attingere luce e sapienza, dalla sua presenza attingere forza. E questo non già per una fase momentanea legata a una particolare circostanza e attraverso una sorta di pendolarismo, ma innestando la nostra vita in quella del Signore.

Come si alimenta questo innesto che garantisce lo scorrere dentro di noi della stessa vita divina?

Mediante l’ascolto assiduo della sua Parola, lasciandosi consolare quando occorre, incoraggiare quando è necessario ma anche rimproverare, illuminare e scuotere quando è il caso.

Questo innesto si alimenta poi attraverso la cura della propria vita spirituale: la preghiera diventa il cardine attorno a cui costruire il ritmo della propria giornata, la riflessione diventa l’occasione per rileggere situazioni e incontri, eventi e circostanze, facendo in modo che nulla ci piombi addosso lasciandoci come ci trova.

Tale innesto si alimenta ancora con la disponibilità a lasciarsi potare, ossia a passare al vaglio tutto ciò che è di ostacolo a un sano sviluppo e non è conforme al vangelo.

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