I care – Prepararsi alla Domenica (IV di Pasqua)

buon pastoreSono io il buon pastore… così ci ha ripetuto il canto al Vangelo di questa IV domenica di Pasqua. Parola di rassicurazione quella rivoltaci oggi da Gesù.

Ne veniva da una situazione conflittuale con chi, preposto ad essere guida dei fratelli, non sapeva far altro che impedire loro di gustare la vita. Proprio qualche istante prima, infatti, Gesù aveva guarito un uomo cieco dalla nascita e le autorità religiose non avevano trovato di meglio che cacciarlo dalla sinagoga. Quei pastori avevano a cuore una tradizione di uomini, non certo la sorte di quell’uomo che finalmente aveva ripreso a vivere.

A fronte di una situazione del genere – di chi usa il suo ruolo per esercitare un potere – Gesù applica a sé non un’immagine cultuale (interessante rivelazione!) o funzionale ma un’immagine di relazione: Sono io il buon pastore… “Tutto si gioca sul piano della relazione, non del ruolo, né della funzione, sul piano dell’amore, non del dovere”.

Il pastore, infatti, si comprende solo in relazione ad un gregge con cui condivide abitualmente l’esistenza. Mai utilitaristico il rapporto tra il pastore e il gregge. Per questo – a differenza del mercenario – è un rapporto che non si interrompe.

Che le pecore periscano è affare suo.

La sua sorte è intimamente legata a quella del suo gregge.

Non c’è separazione tra lui e ciò che gli è affidato.

Non conosce orari il pastore, non giorni di riposo, non conosce i ritmi del sonno.

Legati in un rapporto di indissolubilità, fino alla morte.

Egli precede lungo il cammino, segna la via, individua pascoli.

Non estraneità, come il mercenario, ma reciproca conoscenza: io le conosco… La stessa che c’è tra lui e il Padre.

Fuori da un rapporto mercificato, è possibile un’esperienza di dialogo e di comunione tra diversi.

Vangelo, lieta notizia: sono conosciuto come Gesù conosce il Padre.

Un Dio che conosci dalla voce: quando basta la voce… un timbro particolare che distingui fra mille. Chi di noi non ha mai fatto esperienza dell’aver riconosciuto in un certo modo di pronunciare il proprio nome, la rivelazione di un particolare legame con qualcuno?

Così Dio: dalla voce mai urlata, mai violenta, sempre sussurrata, comunque rassicurante, familiare, convincente. Voce affidabile perché voce di chi non abbandona al sopraggiungere del lupo. “Se anche vado per valle tenebrosa non temo alcun male: il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza” (Sal 22).

Quando i legami dell’affetto e dell’amicizia vacillano, egli non viene meno. Di lì a poco, infatti, nel giardino degli ulivi, a chi vorrà mettere le mani addosso ai suoi che erano con lui, dirà di lasciarli stare, chiederà che a loro venga risparmiata la vita. Così il pastore. Unilaterale l’offerta della vita da parte del buon pastore, gratuita, non ricambiata. Per questo affidabile.

Infatti, attraverso quella immagine, Gesù manifesta il tratto che più di ogni altro rivela Dio: dare la vita. Io offro la mia vita…: quando tutto suggerirebbe che è meglio preservarsi, egli si espone. Così Dio. Questo è Dio. Lo riconosci quando viene il lupo. La bontà del pastore (sono io il buon pastore) trasparirà tutta proprio nel mistero pasquale, quando vincerà il male con il bene.

Un pastore che non vive i suoi legami solo con il mondo che immediatamente ricade sotto il suo sguardo. Le dimensioni del cuore conoscono altri legami che travalicano i confini dello sguardo o di un recinto: ho altre pecore che non sono di questo ovile. Invito a dilatare lo sguardo oltre i propri confini e riconoscere che anche altrove Dio esercita premura e cura.

Poi Gesù ribadisce quali sono i segni che devono caratterizzare chi è costituito in autorità su altri: avere a cuore la situazione dell’altro al punto da consegnare la propria esistenza e conoscere.

Al pastore importa delle pecore. Ecco la lieta notizia per noi: la mia vita importa a qualcuno. Sarà la consapevolezza che attraverserà il cuore dell’apostolo Paolo quando, scrivendo ai Galati dirà: mi ha amato e ha dato se stesso per me (2,20). Da un amore come questo nasce per noi la possibilità di un cammino di sequela che traduca i tratti dello stesso pastore: a chi dona con larghezza, non si può rispondere conteggiando. Fuori dal calcolo, nella magnanimità e nel non trattenere nulla. Così la vita cristiana. Così la possibilità di esercitare il proprio essere pastori.

Conoscere. Cioè stabilire relazione: dallo sguardo al gesto alla voce. Non c’è annuncio evangelico e non c’è possibilità di intraprendere percorsi condivisi se non a partire dalla capacità di entrare in relazione con chi hai di fronte a te. Conoscendo uno per uno, proprio come il buon pastore. Altrimenti il vangelo diventa solo dottrina, non offerta di speranza.

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