Il peccato e la grazia – III Domenica di Pasqua

1481089312Guardando alla vicenda storico-umana del Figlio di Dio, verrebbe quasi da credere che le cose sarebbero potute andare diversamente se solo ci si fosse trovati di fronte ad altri uomini, a persone (noi, magari), cioè, che non così facilmente avessero voltato le spalle al Signore. San Pietro, il cui discorso è riportato negli Atti degli Apostoli, sembra essere di tutt’altro avviso: c’è, infatti, una responsabilità collettiva nei confronti di ciò che si è abbattuto su Gesù. Certo, Pietro ha davanti a sé chi, solo qualche giorno prima, non aveva esitato a gridare che quell’uomo che non aveva fatto nulla di male (“Che male ha fatto?”, aveva chiesto loro Pilato) fosse messo a morte e crocifisso.

Il mistero del rifiuto del Figlio di Dio è trasversale ad ogni generazione: ancora oggi, infatti, se Gesù tornasse in mezzo a noi, si ripeterebbe lo stesso misconoscimento. La durezza del nostro cuore è la stessa di coloro che fisicamente si sono misurati con quella vicenda duemila anni fa. Forse che dentro di noi non ci sono resistenze, opposizioni, inutili e infantili abbarbicamenti? Forse che non voltiamo le spalle per molto meno?

“Voi avete agito per ignoranza”: la Croce che noi contempliamo è lì a ricordarci continuamente che cosa può fare un uomo nei confronti di un altro uomo. Quanta violenza c’è nelle nostre relazioni, manifestata, talvolta, persino inconsapevolmente! La Croce, infatti, se ci attesta fino a che punto Dio ci ama, attesta altresì cosa si può nascondere dietro un uomo.

Tale resistenza e tale opposizione si manifestano nelle forme più disparate. A mettere a morte ancora una volta il Signore Gesù è il non riconoscere l’opera di Dio nella storia, è la paura di ciò che potrebbe accadere in noi se solo accettassimo la presenza di Dio in mezzo a noi. È vero: abbiamo paura delle esigenze di Dio; per quanto la desideriamo, abbiamo paura della vita nuova che egli potrebbe donarci.

E finché Dio non ci manifesta tutta la grandezza del suo amore, difficilmente siamo in grado di conoscere questo mistero di iniquità che ci appartiene. Non è un caso, io credo, che tutte le volte che Dio si manifesta, l’uomo non può non prendere atto della sua distanza e del suo bisogno di essere purificato: accadde a Isaia, accadde a Pietro, accadde a Paolo, accadde a Francesco d’Assisi. Comprende la grandezza dell’amore solo chi ha la consapevolezza della propria responsabilità di male.

Perché mai, però, Pietro insiste così tanto sul peccato degli uomini che è poi anche il suo peccato? “Avete rinnegato il Santo e il Giusto; avete graziato un assassino; avete ucciso l’autore della vita”. Pietro insiste sul peccato che c’è in noi per farci comprendere come Dio si è posto di fronte a una simile situazione. Per quanto possa sembrare paradossale, nulla sfugge alla provvidenza di Dio, né il nostro peccato né la nostra ignoranza. Nulla è in grado di ostacolare l’opera di Dio a meno che non ci si opponga in modo ostinato.

Quale peccato poteva essere più grande di quello che si è manifestato nell’uccisione dell’autore della vita? Tuttavia, proprio un rifiuto così pieno, è stato il motivo per cui Dio potesse manifestare l’onnipotenza del suo perdono. Dio non è mai dissuaso dal continuare a porsi sui passi dell’uomo anche quando questi “alza contro di lui il suo calcagno”. Nessun peccato, infatti, è in grado di sorpassare la benevolenza che Dio manifesta attraverso la risurrezione di Gesù.

Celebrare la Pasqua significa confessare che nessuno è irrimediabilmente confitto al suo male. C’è qualcosa di più grande. Ben a ragione, nella sua Prima Lettera, S. Giovanni ci ha ricordato: “Se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto”.

Se le cose stanno così, che dobbiamo fare? È ancora Pietro a dirci: “Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati”.

Cambiare vita: ecco la consegna che viene a noi dalla Pasqua. Nulla può cambiare, però, se a mutare non è il modo di guardare le cose: se non mutano il cuore e lo sguardo, sono possibili aggiustamenti ma non cambiamenti.

Certo, ci attraversa tutti una buona dose di fatalismo e di cinismo al punto da non scommettere più nulla circa il fatto che qualcosa possa cambiare, in noi anzitutto. Quando cadiamo preda di questa disillusione, noi neghiamo la risurrezione. Ci impersonano non poco, perciò. i discepoli che continuano a parlare del Signore Risorto e quando egli si manifesta non solo non sono in grado di riconoscerlo ma neppure gli credono. Eppure, Dio offre la gioia dell’incontro proprio a chi non ha altro da offrirgli se non incredulità e inconsapevolezza. E lo fa facendosi mendicante di ciò di cui dispongono: “Avete qualcosa da mangiare?”. Non è forse vero che a creare l’incontro è sempre la capacità da parte di qualcuno di confessare il suo bisogno? A far ripartire qualcosa è sempre la condivisione di un bisogno.

Cominciando da Gerusalemme: mi sono sempre chiesto come mai Luca insista su questo particolare. Gerusalemme è un po’ come il nostro cuore convinto di custodire la vera immagine di Dio e, tuttavia, ne ignora l’esistenza o addirittura la rifiuta e la contraddice.

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