Nonostante tutto – Veglia pasquale

3Lo aveva promesso: “Dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea”. Ma quelle parole di Gesù erano cadute nel vuoto. L’attenzione dei discepoli si era concentrata su altro, su ciò che li riguardava personalmente (il fatto, cioè, che Gesù sarebbe stato condannato e messo a morte). A nessuno era passato per la mente di chiedergli cosa volesse significare quel “risorgere”. Accade anche a noi quando comunichiamo qualcosa dì importante: il nostro interlocutore percepisce immediatamente solo ciò che lo riguarda, ciò che ha a che fare con gli ambiti della sua vita. Presi come siamo dal nostro piccolo mondo fatto di abitudini e di pensieri, non riusciamo a cogliere la portata della comunicazione dell’altro. Ben tre volte Gesù aveva annunciato la sua risurrezione ma invano. A questo aveva aggiunto quel particolare per nulla irrilevante: vi precederò in Galilea.

Cosa aveva voluto dire? Cosa aveva promesso con quelle parole? Che nonostante abbandoni e fughe e rinnegamenti e tradimenti, lui li avrebbe attesi ancora proprio dove tutto era cominciato. Nonostante tutto sarebbe stato possibile un nuovo inizio, una nuova partenza. Le contraddizioni dei discepoli di allora e di oggi non gli avrebbero impedito di continuare a precederli: egli ci sarebbe stato comunque. Nonostante tutto. Come abbiamo bisogno di un simile annuncio: nonostante tutto!

Ci precede oltre ogni nostro limite, oltre tutto ciò che ci crea fastidio e imbarazzo, pronto nuovamente a ridare fiducia. La fiducia è data ancor prima di trovarci nelle condizioni di chiederla: per questo annuncia il suo precedere ancor prima di essere consegnato. La fiducia è offerta ancor prima di sapere di averne bisogno. La fiducia di Dio: ecco la nostra dote, ecco il tesoro a cui attingere ogni volta che ci si troverà in difficoltà. La fiducia di Dio è ciò che ci prende per mano, per portarci oltre le nostre paure e le nostre fughe, oltre l’incomprensione e lo smarrimento.

Le prime ad essere prese per mano l’alba di quel giorno dopo il sabato, sono le donne. Erano andate al sepolcro con uno sguardo datato: pensavano di dover imbalsamare un morto. Il loro compito doveva essere quello di esercitare i gesti di cura del defunto per far sì che ciò che era accaduto venisse cristallizzato.

Ma a loro e a noi viene chiesto di andare oltre l’esperienza vissuta, devono acconsentire a mettere in discussione l’immagine che si erano fatte di Gesù. Non fermatevi a un sepolcro! Andare oltre quello che stiamo vivendo e patendo.

In quel loro incedere la loro unica preoccupazione riguardava il come spostare quella pietra tanto grande. Come uscire da questo momento drammatico? Come far fronte a questa crisi? Chi ci rotolerà via la pietra? Quanti macigni all’imboccatura della nostra vita! Qualcosa più grande di noi ci paralizza. Ma ciò che sorprende le donne resta una provocazione per noi: e se la via d’uscita fosse stata già liberata? E se la pietra fosse già stata tolta e il mio essere bloccato sia frutto soltanto di una percezione della realtà che ormai è superata? Quante volte ci è accaduto di scoprire che davvero “la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande…”! Tante pietre molto grandi crescono a dismisura nella nostra immaginazione, a motivo della paura.

Quel loro andare al sepolcro, consapevoli della loro impotenza (chi ci rotolerà via la pietra?), è come se avesse già fatto il miracolo. I blocchi della vita, ciò che sembra non avere alcuna soluzione, hanno sempre bisogno della fiducia del primo passo: qualcosa accadrà o forse è già accaduto. La fiducia del primo passo!

Eppure è paradossale: ciò che avrebbe dovuto aiutare le donne a spingersi avanti riconoscendo che lì era davvero accaduto qualcosa, in realtà, è ciò che le spaventa. Si tratta di quella paura che muta gli assetti delle proprie convinzioni. Quante volte leggiamo come pericolo o come ostacolo proprio ciò che dovrebbe orientare diversamente i nostri passi! Il restare sintonizzati su noi stessi e sulle nostre paure ci impedisce un contatto sereno con ciò che la realtà ci consegna: “è risorto, non è qui…”. Le donne ricevono questo annuncio che potrebbe davvero cambiare tutto, ma cosa accade? Che prestano più attenzione alle loro paure che a queste parole: “Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore”. Che cosa le guida e le condiziona? Le loro paure. Tanto è vero che “non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite”.

Quando la paura ha la meglio reagiamo allo stesso modo: le esperienze più importanti, le parole che più ci hanno segnato, sono solo un vago ricordo a cui ritorniamo con nostalgia. La paura ha almeno due effetti: la fuga e il silenzio, proprio il contrario della ricerca e della speranza. È la paura il masso da rimuovere: non trova il Signore chi si rassegna a vivere nella paura, chi coniuga la vita con il fuggire da sé e persino dal confronto con la morte.

Per grazia, però, la paura non è l’ultima parola su quella e sulle nostre vicende. Se ciò che abbiamo vissuto è autentico, esso non è certamente perduto.

Siamo attesi in Galilea. Per noi essa non è un luogo geografico ma simbolico: occorre far ritorno là dove tutto ha avuto inizio, ripercorrere tutto il nostro cammino alla luce della Pasqua, rifare al contrario la strada percorsa, sapendo che i luoghi dove lo avevamo deposto non sono più i luoghi dove è possibile trovarlo. La risurrezione è la chiave di accesso a tutta la vicenda di Gesù, la luce attraverso la quale rileggere quello che egli ha detto e quello che egli ha compiuto. È la luce per comprendere anche tutto il nostro percorso: non siamo incamminati verso un baratro se non permetteremo che a guidarci siano le nostre paure. Se non manchiamo a questo appuntamento, di certo lo vedremo e non in virtù di visioni o di allucinazioni ma in virtù di quella fede che riesce a compiere l’impossibile.

La Pasqua ci consegna un compito: ripercorrere la nostra storia, ricordare quello che abbiamo vissuto, le persone incontrate, le fatiche affrontate, per poter riconoscere che proprio nelle pieghe di quei momenti è possibile vedere il Signore presente. Il volto e la presenza del Signore, infatti, li riconosciamo sempre in maniera retrospettiva, a cose avvenute. Sarà così anche per i due di Emmaus che riconosceranno stupiti: “non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via…?”.

Voi cercate Gesù il Nazareno, il crocifisso…

Gesù abita nei luoghi in cui sembra scomparire, nei luoghi dove nessuno pensa di trovarlo. Nel nascondimento di Nazaret e nel fallimento della croce. Beati i nostri occhi se lo sapranno riconoscere presente dove nessuno si aspetterebbe di trovarlo.

(Antonio Savone)

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