Sola fides – Esequie Serafina Ormando

downloadÈ sabato santo: oggi, nelle nostre chiese, parla il silenzio, l’essenzialità. Come possiamo notare la chiesa è spoglia di tutto: il Signore è nel sepolcro della morte in attesa della risurrezione. Non c’è Eucaristia, il segno per eccellenza della presenza di Dio in mezzo a noi. È il giorno della “sola fides”. È il giorno in cui facciamo memoria della fede della Madre di Dio che non dispera ma attende la risposta di Dio alla morte del Figlio.

Proprio in questo giorno, prendiamo congedo da Ninina. Il Signore l’ha chiamata a sé nel giorno in cui la Chiesa celebra la morte del suo Signore. Che grazia grande! E la salutiamo nel giorno in cui ricordiamo la fede di Maria. Insieme alla sua famiglia, Gesù e la Madonna sono stati i due amori di Ninina. E al Signore è piaciuto ricompensarla non solo con il dono di una vita lunga (il 28 agosto avevamo celebrato i suoi 100 anni!), ma anche con questa grazia singolare del tempo della sua morte.

Domenica scorsa, chiamato dai parenti dopo qualche avvisaglia di criticità della salute, le ho portato la comunione. Arrivo da lei e mi accoglie dalla sua poltrona posizionata accanto al balcone, con un bel sorriso, ringraziandomi. Seppure con un braccio più gonfio del solito, la trovo con la corona del Rosario in mano intenta a pregare. Mi era già capitato qualche altra volta di trovarla così. Abbiamo scambiato qualche battuta e ciò che emergeva era proprio il desiderio di affidarsi alla volontà di Dio. Consapevolezza della precarietà delle sue condizioni (le avevo detto che dovevamo festeggiare ancora altri compleanni) e affidamento alle mani del Signore. Momenti così, per me, sono sempre una grazia e una benedizione: non torno mai a casa senza essere interiormente consolato. Sono momenti che hanno un loro retroterra, quello dell’assiduità del rapporto con il Signore che, insieme all’affetto dei suoi cari, è stato il balsamo della sua lunga e serena vecchiaia.

Anche in un momento critico come quello che stava per sopraggiungere, mi ha colpito la padronanza del momento. Sapeva che a me piacevano i taralli preparati da lei e, pertanto, non ha tardato a chiedere a Rosina di prepararmeli e a Gigino di metterli in un secondo sacchetto perché potessi portarli con me. Che grazia vivere e morire così!

Tra non molte ore sentiremo l’invito dell’apostolo Paolo ai Colossesi: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù”.

Cosa c’è dietro queste parole? Non certo l’invito a disprezzare le cose belle che formano il tessuto dell’umano esistere. Come si fa a disprezzare un affetto, un amore, un’amicizia, la capacità di intuire, progettare, scoprire o l’impegno per qualcosa di grande? Neppure ci è chiesto di dimenticarci degli aspetti più drammatici della nostra vita: come si può distogliere lo sguardo da una persona cara che soffre o da chi subisce ingiustizia? È forse una proposta di alienazione quella che ci viene dalla Pasqua? Non credo.

La croce resta croce, la morte resta morte, anche per il Figlio di Dio, anche per i figli di Dio. Ed è fatica anche se a lasciarci è una persona carica di anni e ricca di giorni.

Nelle parole di Paolo, invece, trovo ci sia l’invito a non smarrire la meta, a non perdere di vista la direzione verso cui va orientato tutto di noi: l’attenzione, l’interesse, il desiderio, i pensieri, cosicché il nostro stile di vita divenga già anticipo di quello che vivremo un giorno in pienezza quando vedremo Dio faccia a faccia.” “Le cose di lassù” non solo vanno cercate ma vanno continuamente tenute in mente.

Ora, ci sono delle cose da ricercare e altre da cui guardarsi. Quelle da cui guardarsi sono presto dette. C’è qualcosa di noi che deve essere messo a morte: siamo noi a doverlo fare, se non vogliamo che accada il contrario. C’è qualcosa di noi di cui siamo chiamati a spogliarci, a liberarci, se non vogliamo restare inghiottiti da una logica mortifera. “Fate morire – scrive san Paolo – ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria”. Le cose della terra rappresentano tutto ciò che esercita un fascino seducente e che tuttavia non ha in sé la capacità di mantenere ciò che promette. Si tratta di tutto ciò che non ha una sua consistenza e perciò resta solo la proiezione fantasiosa del nostro desiderio.

Le cose che restano per sempre si ottengono, invece, attraverso la fedeltà all’umano: è vero, le cose del cielo saranno le stesse cose della terra se queste avranno il sapore, il profumo, l’intensità di ciò verso cui siamo incamminati. C’è un seme di eternità nelle cose della terra, nel bene e nel male, se è vero che persino un bicchiere d’acqua non resterà senza ricompensa.

Cosa significa concretamente per noi tutto ciò?

Se provo a guardare le cose dalla prospettiva del Risorto, quell’amicizia con cui faccio fatica a misurarmi, potrà assumere il colore della misericordia; quell’amore con cui ogni giorno sono costretto a ricominciare, potrà avere il gusto della fiducia rinnovata; quel lavoro per cui mi dimeno e, forse, dispero, guardato dalla prospettiva del Risorto, potrà avere “la densità della speranza”.

Vivere la misericordia, accordare la fiducia, nutrire speranza sono cose del cielo la cui caparra è possibile gustare già ora, già qui.

(Antonio Savone)

 

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