Qualità e tentazioni del servizio – Giovedì santo

lavanda3Il gesto di quella sera non fu il gesto di chi voleva sorprendere o stupire. Era il gesto che più di ogni altro racchiudeva ed esprimeva il senso di un’intera esistenza. Il Signore e Maestro aveva davvero scelto l’ultimo posto. Non aveva ritenuto “un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio” e, perciò, non aveva imboccato nessuna corsia preferenziale nella sua avventura umana. La sua presenza tra gli uomini non aveva vantato privilegi né aveva rivendicato interessi o vantaggi personali. Servo di tutti fino all’ultimo, senza risparmio di energie e di tempo. Proprio il suo stare in ginocchio davanti ad ognuno degli apostoli, sigilla e anticipa quanto di lì a poco accadrà: prenderà su di sé tutto ciò che ostacola i passi dell’uomo e blocca il suo camminare.

Se provo a mettermi nei panni dei Dodici, immagino l’imbarazzo e la perplessità di tutti: “Ma cosa sta facendo? È impazzito? Lui fa questo a noi? Perché? Cosa significa?”. All’imbarazzo e alla perplessità degli undici, fa seguito il rifiuto esplicito di Pietro che non tarda a manifestare la sua ribellione e a far presente la sua ritrosia: “Non mi laverai mai i piedi”.

La riluttanza di Pietro la conosco molto bene. Se è vero che non è facile lavare i piedi a qualcuno, è ancor più difficile lasciarseli lavare. È vero: non è sempre facile amare, ma quanto è difficile lasciarsi amare! Di fronte all’eccesso dell’amore non poche volte la risposta è quella di restringere gli argini e di circoscrivere i confini. La “carne e il sangue” usano misure molto più anguste rispetto al debordare del cuore di Cristo.

Alla mia riluttanza Gesù risponde con le stesse parole rivolte a Pietro: mi invita, cioè, ad abbandonarmi, a lasciarmi accogliere da lui così come sono. Proprio quelle parole mi rivelano ciò che il Maestro desidera: non cerca un discepolo perfetto, ma solo uno che si lasci amare da lui, si lasci purificare dalla sua bontà, guarire dalla sua misericordia.

Il suo chinarsi per lavare i piedi, manifesta che la qualità più profonda dell’amore è l’umiltà di porsi al servizio dell’altro. La vita cristiana nasce là dove c’è la coscienza viva e la memoria grata di un Dio che “mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).

Se all’origine della vita cristiana c’è un amore che mi ha preceduto, qual è il modo in cui essa si esprime? È il Signore stesso a rivelarcelo: “anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”. L’amore, per Gesù, si manifesta nella capacità di mettersi a servizio.

“Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica”.

Se guardiamo a Gesù servo, scopriamo che il servizio ha alcune caratteristiche:

esso è soprannaturale: nasce, cioè, dall’azione dello Spirito Santo in noi. Quando si ama per davvero, non si può non servire;

esso, poi, è disinteressato: è proprio dell’amore non cercare il proprio interesse ma quello dell’altro. Certo, l’ingratitudine ci turba e provoca non poca tristezza, al punto che talvolta distogliamo l’attenzione da coloro verso i quali ci eravamo orientati con tanta disponibilità;

esso, inoltre, è sincero: guai a porre gesti di attenzione e di amore con un cuore che cova rancore e rabbia. È il rischio che corriamo quando compiamo le opere di carità senza la carità delle opere;

esso, ancora, è effettivo: l’amore, infatti, è questione di gesti non di buone ragioni; non basta esprimere a parole i reali sentimenti del cuore;

esso, poi, è universale, cioè, non ammette eccezioni ed esclusioni;

infine, è gioioso: quando manca la gioia, i gesti rischiano di essere compiuti senza umanità. È la gioia con cui facciamo qualcosa a dire i sentimenti e le intenzioni del nostro cuore.

Se queste sono le caratteristiche del servizio e dell’amore, esso, però, conosce anche alcune tentazioni da cui siamo messi in guardia:

l’attivismo, quando il darsi da fare per l’altro prende il sopravvento sull’avere tempo per l’altro. Può accadere persino di essere talmente indaffarati a parlare di Dio da non avere più tempo per Dio;

il vittimismo, quando ci si impegna e, tuttavia, ci si attende considerazione e ricompensa. È la sindrome del fratello maggiore di Lc 15: il cuore va in automatico fino a diventare un calcolatore infallibile con una attenzione particolare alla partita doppia del dare e dell’avere. Quando questo accade è il segno che si è sul punto di mollare tutto;

il narcisismo, quando si avverte forte il bisogno di rispecchiarsi compiaciuti in quello che si fa. Narciso vive sempre col sospetto che gli si chieda troppo senza essere sufficientemente riconosciuto. Alla fine tutto gli sta stretto e, se qualcosa non va, la responsabilità non è certo sua.

Com’è, dunque, il servo secondo il Vangelo?

È colui che scrive sulla sabbia ciò che dona e, al contempo, incide sulla pietra quello che riceve; è colui che appartiene alla razza di quanti, dopo avere fatto ciò che gli era stato chiesto, dicono: “Siamo soltanto dei poveri servi; abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10).

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