Oltre l’equivoco – Domenica delle Palme

crocefissoPiù volte nel vangelo, quando qualcuno ha creduto di aver capito l’identità di Gesù, non ha tardato ad arrivare l’invito a tacere. Perché mai? Perché Dio lo capisci solo a partire dalla croce e dalla risurrezione. Se non rileggi la sua vicenda a partire dalla fine, ogni altra conclusione sulla persona di Gesù non solo è affrettata ma è esposta all’equivoco.

Per questo, Gesù non ha avuto paura di dire come stavano realmente le cose: egli avrebbe conosciuto sofferenza e rifiuto, avrebbe fatto esperienza di una morte violenta comminata addirittura dalle autorità religiose. E dopo questi fatti sarebbe risorto. L’inaspettata vittoria ci sarebbe stata ma soltanto dopo una tragica sconfitta: le due cose non possono essere slegate.

Ma questo non è degno di Dio! pensa Pietro. E forse che a pensarlo è solo Pietro? Noi no?

Come non ricordare la reazione di Pietro il quale, preso in disparte Gesù, non si limita a chiedere spiegazioni in merito, ma arriva addirittura a rimproverare Gesù per quello che aveva appena detto?! E Gesù non si farà problemi nel riconoscere che un simile modo di pensare è drammaticamente diabolico. Quanta strada dovrà fare ancora Pietro per liberarsi non solo da una mentalità anticristiana ma addirittura diabolica! Neppure il primo papa è esente dalla possibilità di pensare solo alla maniera degli uomini e non secondo Dio.

Se Dio è Dio non può non essere forte, dispotico, non può non essere giustiziere tanto da mandare all’aria le losche trame degli uomini. Non può non essere vendicativo, non può non portare a compimento quell’anelito di giustizia a cui noi non riusciamo a dare concretezza. Cosa te ne fai di un Dio debole? Un Dio che si consegna come il più debole tra gli uomini che Dio sarà mai?

Non a caso, il giorno in cui riuscirà a ricomporre le tessere del mosaico, Pietro si scioglierà in un pianto senza eguali. In fondo è vero, preferiremmo di più un Dio da temere che da amare. E invece… è il Dio che ripete a noi: “Io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. Il Dio della passione è il Dio inerme quando lo offendo, indifeso quando è sopraffatto, non replica a chi lo fa soffrire perché conosce amore, solo amore. Eppure, è proprio questo ciò che mi permette di poterlo amare. Se si fosse manifestato imperioso, sarebbe rimasto un Dio da rispettare, da riverire, un Dio di cui aver paura, non certo da amare. La consegna di Gesù al corso degli eventi ce lo mostra così vicino a noi e tanto partecipe della stessa condizione di chi è vittima dell’ingiustizia e del sopruso che ti viene naturale e spontaneo metterti dalla sua parte: come puoi non amare un Dio così?

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