I modi di Dio e la pazienza dell’uomo – Esequie Angela La Scaleia

CroceQuesta volta non ce l’ha fatta: anche Lina ha dovuto arrendersi ed entrare nel mistero della morte. Da quando sono parroco, l’ho vista più volte tornare dall’ospedale dopo qualche momento di crisi, e tutte le volte, per quanto acciaccata, sembrava comunque averla spuntata sul male. Una tempra non comune, quella di Lina: una donna nutrita a pane e lavoro, eppure sempre gioiosa, col sorriso sulle labbra.

Ho avuto modo di conoscerla sin da quando ero bambino e frequentavo la chiesa come chierichetto. Tante le immagini che mi vengono alla mente, ma ce ne sono due che più mi sono ritornate alla mente in queste ore. La prima, quella del ritorno dal lavoro nei campi, la sera, insieme al marito Antonio, lui sul sedile del carretto mentre guidava l’asino e lei dietro, tutta racchiusa in quel fazzoletto annodato dietro la nuca, che ha portato fino ai giorni scorsi sul capo. Un’immagine che mi richiama una donna forte, energica. La seconda, quasi di segno opposto, fatta di tenerezza e riguarda proprio me. Tutte le volte che venivo in chiesa dalla canonica e lei era affacciata al balcone, dopo averla chiamata, mi ripeteva in dialetto: “Tesoro, tesoro, mille, mille, mille ringraziamenti”. E a queste parole univa il gesto del bacio mandatomi con la mano. So quanto tenesse a me. Me lo ricordava ancora stamattina presto Maria che in questi anni, insieme alla sua famiglia, l’ha circondata di affetto e di attenzioni, buona medicina per una vecchiaia serena.

Noi prendiamo congedo da lei in questo martedì della settimana di Passione mentre la liturgia propone come pane per il nostro cammino un momento di crisi all’interno del popolo d’Israele. Israele è in viaggio verso la terra promessa e mentre incede, trova un ostacolo lungo il suo cammino tanto da doverlo aggirare allungando il percorso. Accade a tutti di incrociare ostacoli che rallentano la tabella di marcia: sebbene sia il popolo che Dio si è scelto, questo non gli assicura affatto un procedere trionfale. Anzi. Sebbene Dio garantisca la sua presenza e la sua compagnia, questo non significa essere messi al riparo da eventuali incidenti di percorso. Dio resta fedele alla sua promessa verso il suo popolo ma il modo in cui questo si realizzerà richiede modi e tempi che non sempre sono declinabili sul registro della potenza e del successo. Per raggiungere il suo traguardo, sembra quasi che Israele debba nascondersi per passare inosservato, al punto che questa situazione lo fa diventare “impaziente durante il cammino”. È incapace di reggere la piega presa dagli eventi che sembrano essere oltre la sua capacità di tenuta. Si tratta dell’opposto rispetto a ciò che vive Dio il quale è “lento all’ira e ha un animo grande e paziente”, tanto da non farsi stancare dal peccato o dalla debolezza degli uomini: per questo concede tempo e speranza.

I tempi e i modi di Dio richiedono la fiducia del seme che gettato in terra, marcisce e cresce: la maturità di un uomo necessita di tempi e fratture perché egli possa esprimere tutto ciò di cui è depositario e portatore. Si inserisce in questa logica anche il lutto, anche la separazione dalle persone a noi care che, immediatamente, leggiamo come uno strappo, appunto, ma che poi siamo chiamati a cogliere come passaggio necessario perché venga fuori qualcosa di noi che altrimenti sarebbe rimasto nascosto persino a noi stessi.

Cosa c’è dietro la nostra impazienza? La pretesa e l’arroganza di chi ritiene di essere artefice esclusivo del proprio divenire e, perciò rifiuta di lasciarsi condurre per mano dal Signore. Quando la prova fa capolino nella nostra esistenza, il primo organo che viene intaccato è quello della memoria: la prova fa dimenticare tutto ciò che Dio ha compiuto per noi. Per questo Israele verrà continuamente sollecitato a “ricordare”. La memoria corta non è qualcosa che ha a che vedere con una mente debole e inconsistente. No. Essa ha piuttosto a che fare con un cuore ingrato, incapace com’è di custodire delle attenzioni di cui è stato oggetto: chi non ricorda non ha futuro, dal momento che non sa da dove viene né dove va.

Israele ha ancora davanti a sé le acque del Mar Rosso che si aprono al suo passaggio e ne assicurano il cammino verso la libertà, ha ancora nelle orecchie la voce di Dio sul Monte Sinai mentre gli fa dono delle tavole della Legge, la sua sete è stata appena estinta mentre soffriva d’arsura a Mara, la manna e le quaglie sono lì a dire la premura di Dio verso il suo popolo, ma nulla: tutto sembra scomparire proprio mentre quello che sta vivendo richiede un ulteriore affidamento al modo in cui Dio porta avanti la storia. Solo perché Dio gli ha chiesto un allungamento del viaggio per non cadere vittima di un popolo nemico, Israele cosa fa? Mette la pregiudiziale sull’agire di Dio ritenendolo malefico. Ecco il peccato.

Quando il cuore è ben disposto, tutto diventa buono e gradito, ma per chi ha l’animo esacerbato ogni segno di attenzione e di cura provoca solo rabbia e malessere interiore. Tutto diventa pretesto per esprimere rivendicazione. E finché non c’è presa di coscienza del dolore provocato dalla propria testarda caparbietà, nulla è visto nella giusta luce.

Ci saremmo aspettati che Dio eliminasse per sempre ciò che per Israele era diventato motivo di morte, e invece no. Come a dire che non dobbiamo vergognarci delle nostre paure e neppure delle nostre fragilità: esse, se lo vogliamo, possono diventare occasioni in cui essere visitati dalla grazia e motivo di crescita e di maturazione. Proprio dell’amore è arrivare a prendere in se stesso la debolezza dell’altro, diventando per l’altro una salvezza che gli cammina accanto. È quello che Gesù farà per noi attraverso la croce ed è quello che è chiesto a noi di fare quando l’altro, chiunque esso sia, incrocia il nostro cammino.

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