La via d’uscita – IV Domenica di Quaresima

CroceA metà del nostro itinerario quaresimale, la liturgia ci chiede un esercizio di verità: dare un nome alle tante situazioni in cui ci siamo cacciati nel nostro tentativo di voler rivendicare l’esserci fatti da soli. Patiamo il dover riconoscere che “siamo opera sua”, siamo opera di Dio, come ci ricorda sapientemente la lettera agli Efesini. Patiamo il dover riconoscere che nessuno si salva da solo: la nostra salvezza non viene da ciò che è frutto delle nostre mani.

È vero: per quanto ci diamo da fare, ci accade di camminare lungo i sentieri dell’esistenza come se non avessimo un’identità precisa, come se qualcosa avesse strappato da noi i nostri lineamenti più veri. Ci sentiamo come paralizzati, quasi impediti: nel tentativo di emanciparci e affrancarci da Dio (il peccato di sempre), abbiamo finito per assistere a eventi e momenti che ci hanno portato via la voglia di vivere. E così abbiamo finito per capitolare sotto il peso della rassegnazione. Tutto ciò che di bello possiamo aver gustato, resta solo un ricordo vago. Come sentiamo nostre le parole del Salmo: “Come cantare i canti del Signore in terra straniera?”! Conosciamo anche noi l’amara esperienza delle lacrime che solcano il nostro viso: “sedevamo piangendo al ricordo di Sion”. Se questa è la nostra condizione, chi potrà restituirci una via d’uscita? È ancora possibile una via d’uscita?

Questa era la condizione d’Israele: non fidandosi di quanto il Signore aveva indicato attraverso la parola dei profeti, aveva preferito tirare dritto per la via dei propri misfatti compiuti sotto una parvenza di ineccepibilità. Giorno dopo giorno, ancor prima che subire l’invasione di popoli stranieri, Israele aveva costruito da sé la sua rovina. Accade anche a noi, del resto, quando fattori esterni non fanno altro che evidenziare il vuoto in cui ci siamo ricacciati e noi proiettiamo su di essi la responsabilità di ciò che ci è accaduto. Quante volte Dio ha provato a prendersi cura di noi attraverso il dono di una parola esigente, sì, ma quanto vera e promettente! E, invece, abbiamo preferito inseguire altri progetti, ci siamo lasciati ammaliare da prospettive più seducenti. E qual è stato l’esito? Non abbiamo forse conosciuto anche noi come una sorta di deportazione e di esilio in cui quelli che erano i nostri punti di riferimento abituali ci sono venuti a mancare?

Eppure, proprio mentre tutto sembrava aver preso solo la via senza ritorno della distruzione, proprio allora, attraverso l’intervento di un re pagano, Israele conosce una nuova stagione. Infatti, se Israele può assuefarsi all’esperienza della schiavitù, Dio non si rassegna mai e per questo, attraverso ciò che non sembrerebbe immediatamente idoneo all’uopo, comincia a ritessere nuovi percorsi.

Se è vero che per la sua caparbietà l’uomo imbocca sentieri di morte, è altrettanto e ancor più vero che nella storia dell’umanità esiste una sorta di cantus firmus che continua a rianimare la speranza: si tratta della misericordia di Dio, un amore, cioè, che non viene mai meno e che si manifesta proprio quando umanamente non lo meriteresti: “Per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo”. Proprio quando tutto sembra irrimediabilmente perduto, allora Dio riapre una via altrimenti preclusa. La salvezza viene da chi, da ciò che, a tutta prima, sembrerebbe essere classificato solo come nemico e occasione mediante la quale si evidenzia ciò che davvero possiamo stringere fra le mani.

Se è vero che la storia umana può essere letta secondo la trama di una successione insensata di fatti, situazioni, incontri, persone, essa può essere letta secondo l’ordito della misericordia di Dio che trasforma quegli stessi fatti, quelle medesime situazioni, quegli stessi incontri e quelle medesime persone in strumenti attraverso i quali ci è dato conoscere una nuova opportunità. L’invasore Ciro diventa colui attraverso cui Israele può fare esperienza di una nuova libertà e di un possibile ritorno alla propria terra. L’esperienza della desolazione come quella dell’esilio non è soltanto la triste conseguenza di una vita trascorsa nell’insensatezza e nella banalità: essa diventa occasione mediante la quale Dio plasma una nuova identità.

Era stato così anche per Israele quando era stato morso nel deserto dai serpenti: la salvezza poteva venire dal guardare un altro serpente. Lo stesso che aveva causato la morte era pure quello da cui attingere vita.

Il serpente da cui viene la morte è lo stesso da cui verrà la vita, il legno della condanna è lo stesso da cui verrà la salvezza. Una sorta di coincidentia oppositorum. Le cose possono essere viste da un altro punto di vista: è proprio quello che Gesù insegna al maestro Nicodemo.

Certo, fatichiamo a riconoscere e accettare una simile prospettiva. Ci appartiene la domanda del sapiente Nicodemo il quale chiede a Gesù: “Come è possibile?”.

Quando Dio parla sceglie una realtà da cui, fino a Cristo, non si poteva che allontanare lo sguardo, inorriditi. Sceglie come linguaggio per dirsi, proprio l’umanamente irrilevante e inaccettabile. Scelta irreversibile e permanente. Ancora oggi. Ancora così. L’umanamente inaccettabile preso a prestito da Dio. E noi, allora, a farci osservatori attenti perché non distogliamo lo sguardo da ciò che non riusciamo a tenere in nessuna categoria di pensiero ragionevole. Il non senso può essere abitato da un diverso modo di starci: per passione d’amore. Dio ha tanto amato il mondo… che quello che era uno strumento di morte è divenuto albero di vita.

Il vangelo di cui siamo portatori, la lieta notizia di cui siamo debitori nei confronti del mondo è il riscatto dell’umanamente insignificante, dell’umanamente insopportabile.

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