Scendere – II domenica di Quaresima

1Come dar torto a Pietro? Come non fermare il tempo a fronte di un’esperienza in cui tutto riluce nel suo splendore? Come non sentirsi interiormente rinfrancati quando, ad un tratto, ti senti dire che la strada che stai percorrendo non è affatto sbagliata? Quando senti di essere sulla strada giusta, quasi pregusti già la meta. Chi non sentirebbe di aver toccato il cielo con un dito nel vedere svanire all’improvviso dubbi, paure, domande e quell’amara sensazione di angoscia e rassegnazione che tante volte fa capolino nel nostro incedere a tentoni lungo i sentieri della vita?

È proprio necessario scendere e abbandonare quei momenti che, per una grazia singolare, hanno riscattato tanti frangenti che invece sembravano assurdi e inutili? E se proprio si deve, non potremmo fare in modo che le tenebre siano definitivamente diradate, le storture raddrizzate e l’umana cattiveria vinta una volta per tutte? Perché mai avventurarsi verso il monte della sconfitta e dell’annientamento? Che senso ha avuto, allora, lasciare ogni cosa, affetti e cose, per poi ritrovarsi nel vicolo cieco della smentita? Se fu facile un giorno in riva al lago avventurarsi dietro quel rabbi che li aveva affascinati, quanto difficile sarà per i discepoli decidere di stargli ancora dietro quando dovranno misurare con mano di non sapere e di non capire il modo in cui egli vorrà guidarli! Infatti, aver intuito qualcosa della persona di Gesù, non vuol dire affatto che si sia compreso ogni cosa di lui.

Già Abramo aveva toccato il cielo con un dito quando, in modo insperato, si era ritrovato col dono del figlio Isacco. Questo poteva bastare per dire che era valsa la pena fidarsi di Dio e della sua promessa. Ma quando quel figlio gli venne chiesto, da che parte stava Dio? Perché chiedergli proprio il tramite attraverso cui ciò che Dio aveva promesso si sarebbe compiuto?

Pietro e gli altri sul Tabor, avevano anch’essi raggiunto quanto un uomo possa mai arrivare a desiderare. Da metterci la firma, oseremmo dire noi. E invece, niente da fare. Dovranno incamminarsi verso il luogo del dramma e lì comprendere che anche esso è luogo in cui Dio si rivela. Che cosa sarà la risurrezione se non la conferma che la contraddizione, il fallimento sono il tramite mediante il quale è dischiusa una benedizione? Il “bello” che Pietro riconosce sul Tabor è il “bello” che si raggiunge non senza essere passati attraverso la bruttura della passione e della morte.

È vero – e ora lo tocchiamo con mano – “le mie vie non sono le vostre vie” (Is 55,8). Per noi rientra nella categoria del senso solo ciò che è incasellabile secondo il registro della riuscita dal punto di vista umano. Credere che possa appartenere a quella categoria ciò che sembra distante dalle nostre conferme, è quanto di più inimmaginabile possa esistere.

Proprio la trasfigurazione è ciò che ci invita a leggere la vita nei suoi aspetti di ombra e di rigetto a partire da un’altra luce. La promessa di Dio si compie non raggirando il deserto dell’uomo. La visione sul monte è racchiusa in un momento ben circoscritto: il resto è da viversi prestando ascolto, come la voce del Padre suggerisce. E quella voce ci chiede di accogliere Gesù e nient’altro.

Fidarsi: ecco ciò che ci è chiesto. Tanto chi ha fiducia (‘emunah) quanto l’artista (amman) hanno molto in comune: sono capaci di vedere l’invisibile.

“Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28). Persino l’assurdo della storia è luogo attraverso il quale Dio si rivela e all’uomo è dato di vivere una continuità della sua relazione con lui. La fede è ciò che permette al discepolo di riconoscere e accogliere la presenza misteriosa di Dio, qualunque sia la veste che essa indosserà. È vero: è la tenebra il luogo proprio della fede. Non a caso il Salmo ci ha fatto pregare: “Ho creduto anche quando dicevo: sono troppo infelice”.

Quando la luce si spegne, “i discepoli non vedono che Gesù”, uno come gli altri, solo, uomo fragile che parla di sé come di un condannato a morte. Non ci resta che l’umano. E questo umano non è qualcosa che non abbia nulla a che spartire con Dio.

L’umana condizione diventa il luogo della fede. Dio si nasconde nella tribolazione di un viaggio di morte e in quella di un giudizio ingiusto.

Se da una parte il Tabor ci indica la meta gloriosa del nostro cammino, dall’altra ci dice quale sia l’unico cammino possibile per raggiungerla: il passare da una fede rassicurante, comunque vincente, ad una fede capace di assumere le contraddizioni della storia.

La trasfigurazione non elimina la fatica del cammino. Solo ne rivela il significato nascosto. Essa è solo una caparra, una primizia, un anticipo di luce perché ciascuno di noi avanza nel cammino solo per la forza che gli deriva da quegli istanti di luce che pure già ha gustato.

D’ora in avanti per conoscere Dio non c’è da salire su nessuna montagna perché l’appuntamento con lui è fissato non in una rarefatta esperienza di luce ma nelle trame della vicenda umana.

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