Senza tende – Prepararsi alla liturgia domenicale (II di Quaresima)

0047A_ 025Siamo entrati in questo itinerario quaresimale cospargendo il nostro capo di cenere per ricordare che solo Dio può trarre vita dalla nostra pochezza. Lo abbiamo seguito nel deserto della tentazione, dove abbiamo imparato a riconoscere i falsi miraggi del potere, dell’amore di sé e della scorciatoia del magico. Oggi ci lasciamo condurre sul monte e lì gustare qualcosa della bellezza di Dio, della bellezza del vivere per il vangelo e secondo il vangelo. Viene per tutti, infatti, come per Abramo, il momento in cui ci chiederemo: Dio è per noi o contro di noi? Non univoca è la risposta.

Accadrà così anche per la vicenda di Gesù: alcuni contempleranno in lui e nella sua passione e morte la rivelazione stessa di Dio, altri resteranno scandalizzati. E io da che parte starò? Forse, come i discepoli sul monte vorremmo guardarci attorno per vedere se ci saranno altri, se ci sarà qualcos’altro a sostenere la nostra fede. Ma ancora una volta non resterà che Gesù, solo, un Gesù dell’ordinarietà, quello della discesa dal monte. Quello sarà il momento in cui imparare a guardare a lui che ci educa nel cammino di discesa. Guardare a lui significa non anteporre le nostre attese personali al progetto di Dio.

Quanto ci impersona quel Pietro sul Tabor che interviene sempre per avanzare proposte e comunque mettersi avanti! La tentazione di Pietro è anche la nostra. Ci è difficile uscire dal tempo e dalle categorie del fare, dalla logica delle prestazioni e dell’utilità. Pietro non regge alla rivelazione sul monte e vorrebbe trovare una via d’uscita, incurante di quanto sta accadendo lì davanti ai suoi occhi mentre Gesù è a colloquio con Mosè ed Elia. Pietro sfugge a quel Gesù che, secondo altri evangelisti, sta parlando del suo esodo, di quello che di lì a poco gli accadrà. La conosciamo sulla nostra pelle la tentazione di sfuggire a quei momenti che ci chiedono di stare a contatto con la verità di noi stessi, con la verità di Dio. Pietro pensa alla tenda! Non sapeva, infatti, quel che diceva!

La voce dal cielo chiede ai tre sul monte e a tutti noi di ascoltare Gesù e di smetterla di fare cose che non hanno senso. Pietro che fatica a prestare ascolto, farà ancor più fatica nei giorni della passione quando per andar dietro ai suoi progetti, non tarderà a rinnegare e tradire il Maestro perché non condividerà le sue scelte. Pietro vorrebbe circoscrivere Dio alla misura della sua tenda ma non ha capito che non si muove un passo nel cammino della fede finché non si acconsente di entrare nella tenda di Dio così come egli ha scelto di manifestarsi.

È difficile fidarsi del progetto di Dio. Arriva un momento in cui gli stessi discepoli scoprono che non basta aver lasciato le barche e il padre un bel giorno. Non basta entrare una volta nel progetto di Dio: è necessario restarvi, soprattutto quando si ha l’illusione o la pretesa di sapere già cosa egli desideri, quale strada percorrere o il modo in cui si manifesterà. È vero: corriamo il rischio di parlare a vanvera, proprio come Pietro che fatica ad aderire al reale, afferrato com’era dallo spavento. Mettersi nelle mani di Dio, tenere occhi e cuore sempre desti, accettare di lasciarsi sorprendere continuamente da lui non è affatto scontato e soprattutto non è affatto facile. Ma è proprio ciò che continuamente egli ci chiede: lasciarci guidare ancora da lui, anche quando tutto sembra contraddittorio.

Siamo chiamati a confessare tutta la nostra distanza da Dio e dal suo modo di vedere le cose. Per Abramo la nascita di quel figlio insperato sembrava essere un punto di arrivo. E, ad un tratto, tutto è di nuovo messo in discussione. Può Dio far fallire il progetto di dare una discendenza ad Abramo? Abramo si fida e cosa scopre? Che il monte della prova, là dove tutto sembra finire tragicamente, diventa il luogo della benedizione.

Per Pietro, Giacomo e Giovanni il Tabor doveva diventare residenza definitiva, permanente. Cosa desiderare di più? E invece c’è un altro monte dove tutto sembrerà finire tragicamente. Eppure proprio lì, in quella esperienza drammatica, Dio rivela tutta la grandezza del suo amore.

Perché allora è necessario che anche noi accompagniamo i discepoli sul monte della trasfigurazione? Per imparare che solitudine, abbandono, fallimento non sono obbligatoriamente il segno di una vita sbagliata.

Sul monte apprendiamo quanto sia necessario non distogliere gli occhi da Gesù solo, da quello che propone, da quello che fa, da come si muove nelle varie situazioni. Di certo, a guidarlo non sono logiche di efficienza.

Sul monte si apprende inoltre a riconoscere la presenza di Dio là dove non ce lo saremmo mai immaginato. Si impara a riconoscere le sue strade soprattutto quando ci sembrano tanto distanti dalle nostre.

Sul monte si apprende infine che la fedeltà a Dio passa attraverso il mettere in discussione la fedeltà ai nostri progetti. Si impara la fedeltà a quello che ci chiede, non già a quello che avevamo immaginato, anche se sembra mettere in discussione tutto.

Sul monte Abramo ha compreso che il voler bene a quel figlio passava attraverso il non venir meno alla fiducia in Dio. Su un altro monte Gesù sceglierà la fedeltà al Padre e a noi invece che a prospettive di successo.

Sul monte si apprende che la fedeltà passa attraverso il silenzio e l’ascolto: il silenzio di fronte a realtà che sembra ci superino e non poche volte ci fanno soffrire. A parlare, infatti, si rischia di dire cose insensate come Pietro. Ecco, perciò, la necessità dell’ascolto come capacità di accogliere l’Altro che è Dio e lasciarsi ammaestrare da lui.

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